Archivio Luciano Ferrari Bravo

Il pretesto populista

 

Appunti del lavoro seminariale svolto dal collettivo di redazione dell’Archivio Luciano Ferrari Bravo

1. L’attuale dibattito politico e filosofico-politico sembra essere sempre più segnato dal concetto di populismo, dalle tematiche e dai fenomeni che gli sono riconosciuti come propri.

Se del termine populismo sembra difficile formulare una definizione – difficoltà in cui pare incorrere, forse strategicamente, anche Laclau, a partire dall’evidente insoddisfazione per le definizioni che offre nei suoi testi [ci riferiamo qui in particolare a Ernesto Laclau, On Populist Reason, Verso, London 2005; trad.it di D. Tarizzo, La ragione populista, Laterza, Bari-Roma 2008] –, si può forse cercare di inquadrare il termine, e i fenomeni a esso legati, operando uno spostamento dello sguardo: non un solo populismo, ma una serie di populismi (al plurale) che trovano applicazione su un terreno che verrebbe così da essi stessi perimetrato. L’indagine, allora, più che focalizzarsi sul presunto significato del solo concetto di populismo, dovrebbe allargare il suo orizzonte a quello che potrebbe delinearsi come il campo populista. Intendiamo quest’ultimo come il punto di applicazione di differenti discorsi, accomunati da elementi e stili che ritornano, da un mood condiviso e da nodi ricorrenti, all’interno del quale si giocano diverse lotte per l’egemonia nella definizione di quello che viene considerato come, al tempo stesso, l’oggetto e il soggetto proprio del populismo: cioè il popolo. Un campo, quindi, pensato come un insieme di possibilità di enunciazione e di pratiche al cui interno si possono formulare diverse istanze che, non fuoriuscendo mai dal regime discorsivo definito dalle regole del gioco, si avviluppano attorno a determinate tematiche specifiche.

Ci sembra allora utile indagare i discorsi populisti nella loro materialità, osservarli e leggerli per cogliere, nello stesso momento, il movimento logico e concettuale che dà loro ritmo. I nodi che a prima vista assumono un peso maggiore all’interno di queste produzioni discorsive paiono darsi in forma dicotomica, nella quale i rapporti tra i due termini si formulano sempre in modo oppositivo. In questo senso, definendo il populismo come il campo della politica contemporanea, abbiamo tracciato alcune linee attorno alle quali i populismi si articolano: l’elogio del merito (e della meritocrazia) e la condanna espressa verso un’oligarchia incompetente; la contrapposizione tra popolo ed élite politico-elettorali, tra “produttori” e “parassiti”, tra orizzontale e verticale, tra ordine rinnovato e disordine del presente, in un nostalgico appello a un fantomatico passato luminoso. Aggiungiamo che il popolo del populismo, che sia di destra o di sinistra, parla dal banco della vittima e si erge a unico giudice (e detentore) del Bene: attraverso le voci di Grillo e di Le Pen parlano i nuovi giudici, oltre che leader, carismatici. Nel gioco del “tribunale popolare” si fatica ad uscire dal desiderio di punire e di mettere in scena la Legge: al giudice si sostituisce il popolo, ma le regole non cambiano mai, anzi devono essere ripristinate in un Ordine originario. E quanto della logica neoliberale è in gioco nell’esaltazione del lavoro e dell’auto-imprenditorialità, nella valorizzazione della naturale virtuosità dell’economico contrapposto alla viziosità del politico?

2. La questione del populismo, al di là del campo che esso perimetra e che altri intendono come spazio per battaglie di egemonia (che andrebbero comunque praticate con elasticità e realismo), ci sembra prestarsi prima di tutto a una lettura sintomatica. È un modo per porre al centro dell’attenzione la crisi strutturale in cui versa la rappresentanza politica e la domanda urgente di effettiva partecipazione che la innesca e attraversa, e di cui appunto i populismi ci appaiono come macroscopica sintomatologia. Se il populismo è da leggersi all’interno della cornice di crisi profonda che attraversa la democrazia rappresentativa, non pare però articolarsi come un tentativo di rottura del meccanismo elettorale o come una critica generale della logica stessa della rappresentanza. Sembra invece darsi, da un lato, come una rivendicazione di maggiore visibilità e di riconoscimento, come desiderio di Stato e d’integrazione nello Stato a fronte di una distanza dalle istituzioni, quest’ultima percepita come sempre più marcata. Dall’altro, si declina spesso come virulento attacco alla “politica come professione” e parallela richiesta di assunzione del primato della “professionalità”, in nome di un’ingannevole ideologia del “merito” per cui gli attori della politica dovrebbero essere innanzitutto ed essenzialmente onesti e capaci.

Il fatto che il discorso populista, e i populismi realmente esistenti, rimangano questioni tutte interne alla democrazia rappresentativa – senza che venga mai proposta una critica del meccanismo concettuale (e pratico) della logica moderna della rappresentanza – è attestato dal continuo richiamo alla “sovranità popolare” che, in alcune sue improbabili varianti, si declina nella lotta contro l’Europa in una versione dal cattivo retrogusto nazionale (se non addirittura nazionalista). Sembra essere presi in un gioco tutto moderno, insomma: e non è un caso che il sistema operativo del M5S si chiami proprio Rousseau. Ancora una volta, appare il Potere (con la P maiuscola), e se ne dimentica la trama di cui sono intessute le nostre relazioni, i nostri posizionamenti e i rapporti che intratteniamo gli/le uni/e con gli/le altri/e. Sebbene si faccia continuamente appello all’immediatezza, all’assenza di intermediazione tra la “gente” e il Potere, non si dà già forse astrazione, se non nel leader carismatico, quantomeno nell’ipostatizzazione di un soggetto, vuoto appunto, quale è il “popolo”? Leggiamo questo nella marginalizzazione, anche in certi discorsi populisti “di sinistra”, della componente migrante e delle soggettività LGBTQIA, o nella risibile accusa di complicità con il neoliberalismo rivolta al femminismo. E in questo appello alla democrazia diretta, come nel ricorso a volte a un incarnato empatico, non si rischia forse di perdere la complessità delle narrazioni che ci costituiscono?

Ma se, premesso questo (e tenendolo sempre presente), volessimo provare ad afferrare quegli elementi del discorso populista che risultino utilizzabili in una prospettiva di radicale trasformazione dello “stato di cose presenti”, si potrebbe dire che i populismi hanno il merito di rendere visibile la scissione che separa i due corpi del popolo: da un lato, il Popolo dell’operatore rappresentativo, l’Uno dentro cui la rappresentanza prova a costringere la moltitudine, personificandolo in una volontà generale; dall’altro, il popolo che la retorica populista identifica con il popolo «reale», la «gente», il «vero» sovrano. Quest’ultimo è il popolo la cui materialità va indagata e politicamente organizzata all’altezza di rapporti di produzione e riproduzione sociale che non sono più quelli dell’era fordista. Chi pensa il popolo nell’atto di tracciare la frontiera antagonista che lo oppone alle élite, ai «politici», all’economia finanziaria del turbocapitalismo, incrociando le braccia sulla Rust Belt, probabilmente non ha capito che questo popolo non esiste più e che gli algoritmi globali del capitale lo hanno smaterializzato nei bits del debito, nelle rimesse dei migranti nei paesi d’origine, nei nodi delle reti delle grandi imprese con i loro flussi transnazionali.

Il nostro problema, allora, è effettivamente quello di dare corpo al popolo, e cioè di assegnare il soggetto politico alla differenza, articolandone politicamente l’eterogeneità e di riconoscere, allo stesso modo, che le “élite” non sono al loro interno omogenee, ma bensì complesse e attraversate da contraddizioni. Il popolo è articolato sui molti livelli in cui si misura con i dispositivi di governo di un potere che si è fatto tecnico, amministrativo, post-democratico in senso proprio, e che non ci interessa integrare con supplementi di rappresentatività.

3. Crediamo a tal proposito che sia necessario operare, e rendere operativo, un radicale cambio di paradigma. Che, in questo senso, si tratti di dare corpo al popolo nel senso di assumerlo come territorializzato (e cioè: concretizzato) all’interno dei dispositivi di una governance che va affrontata sui molti e diversificati livelli con i quali lavora. Essa è governo dei generi, dei sessi e dei corpi; governo del mercato del lavoro; governo dell’infosfera; governo cittadino; governo metropolitano, regionale e macro-regionale; governo nazionale e governo europeo. Essa è del tutto irriducibile all’Uno della decisione, perché le decisioni qui scompongono e ricompongono, per poterle meglio governare, differenze ed eterogeneità. È un’esplosione di complessità che si tratta di innescare, da un punto di vista epistemico e allo stesso tempo pratico. Non si tratta di costruire retoricamente una divisione tra noi e loro, tra il popolo e “la casta” o l’élite tecnocratica alla quale si imputa tutto il Male. Non la costruzione stabile di un’immagine del noi, del gruppo o della massa omogenea e compatta; non un’imago incarnata nel leader verso il quale non si può provare altro se non amore e identificazione. Darsi invece la possibilità di non temere lo svanire della sua immagine e di sorriderne: per ripensarlo, ricostituirlo collettivamente e riorganizzarlo continuamente, dando conto della sua materialità e composizione plurale.

Assumere perciò i populismi come pretesto, dal momento che non c’è alcun “popolo” da rappresentare, ma si tratta invece di organizzare i governati, nella materialità di rapporti che devono essere assunti ciascuno nella sua specificità: l’abitante di un territorio che subisce l’appropriazione parassitaria di beni e servizi comuni da parte del capitale finanziario, il migrante che si confronta quotidianamente con il regime di gestione dei confini e con un mercato del lavoro che lo vede ipersfruttato all’interno di una cooperativa, l’operaio contemporaneo del braccio e della mente, che si ritrova precarizzato, privato di diritti, indebitato e impoverito (e magari pure incarognito), il genere e l’orientamento sessuale che vengono codificati e gerarchizzati e che possono essere invece assunti strategicamente, con un gesto di sfida, sempre aperto ad alleanze ed alle differenze.

Pensiamo che una politica dei governati [il nostro esplicito riferimento è qui: Partha Chatterjee, The Politics of Governed: Popular Politics in Most of the World, Columbia University Press, New York 2004; trad. it. di M. Bortoloni, a cura di S. Mezzadra, Oltre la cittadinanza, Meltemi, Roma 2006] sia il modo per tradurre la debole istanza populista in reali contropoteri sociali, affrontando i dispositivi del governo per incepparli o per rovesciarli e per costruire autentici percorsi di istituzionalizzazione del desiderio e della libertà. Si tratta di porsi all’altezza del sintomo, e cioè della composizione di classe che fa esplodere lo specchio magico della rappresentanza, per abbandonare le illusioni sul ritorno della sovranità, dello Stato o del diritto in mano al popolo. Certo, non sottovalutiamo il momento elettorale, quando e se si sia capaci di attraversarlo da una prospettiva all’altezza delle cose. Non c’è davvero bisogno di teoria per questo, ma di realismo politico e capacità di cogliere l’occasione.

Quanto però ci sembra determinante, è a questo punto proseguire l’analisi sulle dimensioni spaziali della politica: su come i flussi della finanza abbiano ritrascritto i territori e ridefinito le forme urbane, come la rendita e i circuiti della logistica abbiano ridisegnato, e continuino a farlo, le città e come le città possano connettersi, eccedendo a loro volta le dimensioni cui le consegnano le geografie amministrative e governamentali. Ci interessa continuare a indagare il tema del “corpo del popolo”, comprendere i nodi sui quali si assesta la sua materialità oltre-rappresentativa e pensare come e dove si possano inventare nuove forme del suo protagonismo attivo. Vogliamo fare ricerca per capire che cosa è una frontiera, materiale e simbolica, e per comprendere come essa sia continuamente riarticolata e sovrascritta da ciò che la eccede. Farlo, significa una volta di più guardare non al sintomo, ma a ciò che può, se non curarlo, far segno a ciò che lo produce, provando a non cedere all’illusione di terapie palliative. E per accogliere il disagio che proviamo davanti all’uso del termine popolo, davanti alla sua presupposta vaghezza e rivendicata irrazionalità, per comprenderlo invece come un’operazione strategica e di resistenza messa in atto dall’eterogeneità (che ci attraversa come singoli e come collettivi) davanti all’appiattimento di un immaginato trascendente, che rischia di non rendere conto della costitutiva materialità e del carattere vivo e cangiante proprio della moltitudine.

Padova, maggio 2017