Archivio Luciano Ferrari Bravo

Una riparazione

La redazione ringrazia Benedetto Vecchi e la redazione de il manifesto per aver recuperato questo editoriale dagli archivi e per avercelo trasmesso.  

Di ROSSANA ROSSANDA

 La Corte d’Appello di Roma ha demolito il castello accusatorio del 7 aprile attraverso il quale Stato, partiti e poteri si liberarono nel 1979 dell’Autonomia operaia. E mandarono un segnale minaccioso ai movimenti, inchiodati tra l’attacco delle organizzazioni armate da un lato e quello del partito comunista dall’altro. I grandi sostenitori del delirio del procuratore padovano Calogero, del primo pentito, ancorché assassino comune, Fioroni e delle leggi speciali sono stati infatti un drappello di magistrati, avvocati, giornalisti e dirigenti comunisti, con il codazzo ossequente dell’Unità e di Repubblica.
Nulla di quell’ipotesi accusatoria, che si voleva storia di un decennio, dal 1969 al 1979, è rimasto in piedi. Non l’accusa di tentata insurrezione armata; la quieta voce del giudice Verrone ha detto quel che tuti sapevano, e cioè che «il fatto non sussiste».
Non la celebre «O», l’organizzazione per eccellenza che, ora sotto una sigla ora sotto un’altra, avrebbe diretto occultamente l’eversione armata sotto la guida d’un pernicioso intellettuale, Antonio Negri, a partire da Potere operaio fino alle BR. Potere operaio non fu una banda armata: delle orientate memorie di Carlo Fioroni la Corte ha ritenuto soltanto, come già il giudice Palombarini e poi la Corte di Padova, che ci furono alcune persone che agirono illegalmente, caso per caso esaminandone i capi d’accusa.
Non il sangue di Carlo Saronio. Esso non sta su nessuno degli imputati del 7 aprile, su cui fu gettato man mano che cadevano in istruttoria altre accuse: esso sta, come già disse la magistratura milanese, tutto su Fioroni e Casirati. Né c’è altro sangue: per Argelato, è rimasto a Negri un esitante concorso morale, verosimilmente destinato a cadere in Cassazione. Né Oreste Scalzone è mandante della rapina di Vedano Olona, nella quale peraltro il solo ferito fu uno dei giovanissimi attentatori, Zinga. Le altre sono violenze minori, illegalità contro le cose, che pesano con brevi pene su neanché metà degli imputati.
Uscite dalla scena giudiziaria, come si doveva, le figure dei cattivi maestri, delle cattive idee, del discorso eversivo: la Corte ha giudicato sui fatti. Ha sempre giudicato bene? Forse no. Sorprendente la condanna di Mario Dalmaviva o di Augusto Finzi. Ma questi sono errori, che vogliamo credere riparabili, in un processo che nel suo insieme ha mandato a pezzi 45.000 pagine di istruttorie senza confronti e senza uno straccio di prove, e una sentenza di primo grado che, indifferente agli esiti del dibattimento, ha ripetuto servilmente il rinvio a giudizio.
Tutto bene, dunque? Bene, un respiro di sollievo, quella pioggia di assoluzioni, di prescrizioni, il normale uso delle attenuanti, il senso della distanza, di equilibrio, di buon senso che ha impegnato la Corte. Pesante – non piangevano soltanto di felicità gli imputati assolti dopo anni di galera – la constatazione che dunque per quasi un decennio della vita di sessanta persone sono pesate accuse enormi e infamanti, e che alcune di esse hanno inutilmente scontato fino a cinque anni di carcere. La magistratura s’è prestata a punire una estrema sinistra scomoda, con una grevità che ricorda i tribunali fascisti.
Un uomo come Luciano Ferrari Bravo, ieri assolto, fu condannato in primo grado a 14 anni e 5 ne aveva già fatti in carcere. Chi glieli restituirà? e i quasi dieci anni di sospensione dall’insegnamento? E agli altri, molti, nelle sue stesse o simili condizioni? Chi cancellerà la mostrificazione di Negri, tale che non fu mai costruita su nessun killer, né politico né comune? Forse l’Espresso, che regalò ai lettori la voce del telefonista delle Br a Eleonora Moro, perché fosse riconosciuta come la sua? Repubblica che ne titolò festosamente l’arresto come capo delle Br a piena pagina?
Questa non è stata soltanto una pagina scandalosa della giustizia italiana, come rilevava da tempo Amnesty International. È stata una storia di silenzi, codardie e coperture. L’onorevole Spadolini favorì l’espatrio illegale di Carlo Fioroni e il Parlamento rifiutò di aprire un’inchiesta. Come oggi giace l’inchiesta sulla protezione a lui, latitante di stato, offerta da Andreotti per il Ministero degli esteri. Istituzioni e stampa hanno contribuito indecentemente a un’operazione politica bassa, la più bassa della magistratura della repubblica.
Tanto che il manifesto, il GR 1, più tardi ma con ostinazione Radio radicale, sono sembrati fastidiosi e di parte, per aver detto, ripetuto, gridato: qui si commette un’ingiustizia che sporca la scena politica, distrugge la memoria, massacra tutto un passato assieme alle vite presenti. Il gusto della libera stampa, la tradizione di voler la verità, la giustizia. Le prove sono di pochi, e i pochi sembrano dei fissati. Abbiamo contato sulla punta delle dita giuristi e intellettuali disposti a spendere impegno e riflessione, a trovare abominevole che un’idea politica che si poteva non condividere affatto fosse consegnata non alla lotta politica, ma a un trucco giudiziario.

Qualcuno ci ha detto ieri: è anche una vostra vittoria. Magra vittoria vedere restituita, a otto anni di distanza, una più presentabile immagine della giustizia. Perché la pena era già stata inflitta, è stata scontata prima del processo, una vendetta è stata eseguita. Quella di ieri è una tardiva, parziale riparazione di molto irreparabile.

 

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 9 giugno 1987.

 

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