Archivio Luciano Ferrari Bravo

7 aprile 1979: non fu che l’inizio

di CHICCO FUNARO.

Quarant’anni da quel 7 aprile. Tanti miei ricordi, troppi. Sui quali, però, non credo sia giusto richiedere l’attenzione di chicchessia, vista la natura spesso ingannevole della memoria quando pretende di essere “storica”. Più sereno ritengo il limitarmi a pochi appunti e riflessioni certo non esaustive e, se corrette, assolutamente preliminari a ogni possibile e auspicabile indagine a venire.

Io credo si possa affermare, innanzitutto, che nel nostro paese a partire dalla fine degli anni ’60 e per tutto il decennio successivo lo scontro politico e sociale sia arrivato a sfiorare una concreta possibilità rivoluzionaria, fatta più che da intenti programmatici o da progetti “di partito”, dal sommarsi spesso spontaneo di comportamenti e di lotte qualitativamente e quantitativamente sempre più estesi e significativi. Che a costruire questa sia pur non precisata eventualità siano state non solo le azioni armate dei gruppi combattenti, pur nella loro innegabile proporzione; ma anche e soprattutto il quotidiano, politico o no, militante o no, alternativo o no, di tutti coloro, sempre di più, lavoratori, studenti, operai, uomini e donne, che in qualche modo avevano fatte proprie quelle tensioni e quelle lotte contro il lavoro e la sua organizzazione capitalistica, che la fabbrica, la metropoli, le istituzioni politiche e la società tutta non riuscivano più a contenere e reprimere.

Quella “autonomia sociale” che attraverso spontanei processi di autovalorizzazione e autoderminazione poteva diventare la vera avanguardia di una trasformazione, di un rovesciamento sociale sempre più radicale e irreversibile. Sono anche convinto che lo Stato, almeno nelle sue istituzioni più scaltre e avvertite, avesse sempre più percepito come realmente sovversivo e potenzialmente pericoloso, ancora più del puro e semplice “terrorismo”, questo processo e questo “divenire” politico, sociale e culturale, difficilmente contenibile e non controllabile solo con provvedimenti “militari”. Ecco dunque il perché del “7 aprile”, almeno per cominciare. Un colpo che ben oltre la realtà del dopo Moro, è indirizzato a colpire un nemico ancora per larghi motivi potenziale e non organizzato. Ma che deve porre anche le premesse per creare il nuovo diritto “d’emergenza”. E che dunque deve essere tanto il primo quanto quello più forte e decisivo. Ideato e organizzato da un’inedita compagine che vede schierati insieme per la prima ma non ultima volta Partito Comunista e suo apparato spionistico; magistratura inquirente reduce da quella Cadenabbia in cui aveva avuto, si fa per dire, “licenza di uccidere”; apparati repressivi dello stato e servizi segreti; opinionismo “benpensante” e giornalismo “democratico”.

Poco contò allora che, magari improvvidamente, ad avviare il processo fosse il pm Calogero con i suoi inverosimili teoremi. Oggi si può dire, a lato di tutta la vicenda, che questo ruolo da Precrimine che il caparbio giudice volle accollarsi ebbe comunque un ruolo funzionale alla totalità del progetto, se non altro per le polemiche, alcune davvero bombastiche e fuori luogo che seppe suscitare, e che però servirono a distogliere sguardi e capacità critiche dalla vera natura e dalle vere finalità del ciclo politico-giudiziario che si stava aprendo. Che in ogni caso si aprì. E di cui, non appaia come una rivendicazione, il 7 aprile non fu che l’inizio. Un ciclo dalla durata e dalle dimensioni allora impensabili e imprevedibili: legge sui pentiti, preventiva dilatata a dodici anni, più di dodicimila indagati, almeno cinquemila detenuti, carceri speciali, centinaia di ergastoli e migliaia e migliaia di anni di detenzione irrogati. Cifre e modalità da far impallidire quelle del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato che operò nel corso del Ventennio.

Ma per tornare al 7 aprile: se non soccombemmo al processo e ai suoi esiti, fu perché avvertimmo quasi da subito che di una grande battaglia politica, prima ancora che giudiziaria, si sarebbe trattato; e decidemmo come imputati, collettivamente, di accettare questa sfida. Condotta con i pochi mezzi di cui disponevamo, ma a tutto campo, dentro e fuori le aule dei tribunali, nelle carceri in cui eravamo rinchiusi, con l’aiuto di pochi ma solidissimi riferimenti esterni: i nostri familiari, in primo luogo, i nostri valorosi avvocati, gli amici politici che coraggiosamente non ci avevano abbandonato o che ci offrivano nuova solidarietà.

È in questo quadro “di lotta” che mi sono abituato, è la sola nota personale che qui faccio, a rileggere la mia vita di quegli anni: la lunghissima carcerazione preventiva; l’accanimento di alcuni giudici sulla mia persona e sulla mia figura di militante – ebbi quattro diversi procedimenti tra Roma, Milano e Venezia, quando la procedura normale ne prevedeva uno soltanto; la fatica del processo principale nell’aula bunker di Roma durato un anno e mezzo; lo sconquasso emotivo causato da eventi come l’elezione di Toni Negri e la sua scelta di non rientrare.

Ma per tornare a un dato più generale: credo che un qualche risultato, in termini politici e conseguentemente giudiziari, di “uscita dall’emergenza” non solo per noi, ma per l’intera “generazione politica detenuta” il 7 aprile contribuì ad ottenerlo. Ciò ben al di là delle polemiche “a sinistra” allora suscitate dal Documento dei 51 di Rebibbia e da leggi come la 10 ottobre 1986, n. 663 “Gozzini” e la 18 febbraio 1987 n. 34 sulla “dissociazione”. La prima ormai acquisita a qualunque stile di vita carcerario e a qualunque scelta di comportamento. La seconda capace ancora oggi di suscitare polemiche ed esecrazione da parte di qualcuno nei confronti di chi se ne servì.

Nel ricordo di Francone, Paolo, Luciano, Marione, Augusto, Liv, Gianmario e degli altri che non ci sono più.

 

Questo articolo è stato pubblicato per Dinamopress il 7 aprile 2019.