Archivio Luciano Ferrari Bravo

7 aprile

 

Di GIROLAMO DE MICHELE

Il 7 aprile 1979 decine di militanti (che diventeranno centinaia nel corso dell’inchiesta) dell’area dell’Autonomia furono arrestati, in esecuzione di un duplice mandato di cattura emesso dai giudici Pietro Calogero e Achille Gallucci delle procure di Padova e Roma, con l’accusa di associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a diciannove omicidi, fra i quali spiccava quello di Aldo Moro. L’accusa era di aver costituito una organizzazione segreta che dirigeva dietro le quinte ogni possibile formazione armata: come scriverà l’Unità due giorni dopo, «un unico filo, insomma, percorrerebbe tutte le formazioni terroristiche, dalla nebulosa del “terrorismo diffuso” alla perfezione militare delle Br. La mano che questo filo tira e manovra sarebbe quella dell’Autonomia», organizzazione nata dopo lo scioglimento di Potere Operaio e poi cresciuta nel corso degli anni Settanta, ovvero quella di Toni Negri, per il quale il giudice Calogero ricorre, prima volta nella storia dell’Italia repubblicana all’articolo 284 del codice penale «per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato».

L’operazione 7 aprile svolge un ruolo nevralgico nello scontro sociale che si è consumato negli anni Settanta, un decennio eccezionale dal punto di vista delle lotte sociali e del protagonismo operaio. La sostenne un battage giornalistico impressionante. Nel giro di pochi giorni l’Italia apprendeva l’esistenza di una sorta di Spectre nostrana, la cui esistenza si affermava con certezza essere comprovata da solidi elementi e testimoni inconfutabili: fra questi un uomo del generale Dalla Chiesa e un brigatista pentito padovano. In particolare, era l’Unità a distinguersi nel distillare, giorno per giorno, le rivelazioni provenienti dalla procura di Padova: Negri era ideatore dei primi sequestri di persona effettuati dalle Br, membro della direzione Br sin dalla metà del ’73, il telefonista che comunicava con la famiglia Moro durante il sequestro del leader Dc, ma anche, con estrema versatilità, l’uomo che «insegnava la tecnica di costruzione delle bottiglie molotov». E, si insinuava, mandante dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini (ucciso da Prima Linea, una organizzazione armata distinta dalle Br), che, avendo condiviso una cena con Negri in casa del giudice Antonio Bevere, avrebbe riconosciuto la sua voce come quella del telefonista Br, il dottor Nicolai, che chiamava casa Moro. Per quanto incredibile sembri, ci vorrà la perizia linguistica di Tullio De Mauro per certificare la differenza fra l’evidente cadenza marchigiana del “dottor Nicolai” (che poi si sarebbe scoperto essere Mario Moretti) e quella padovana di Negri.

L’impianto accusatorio costruito da Calogero e Gallucci si configurava come l’applicazione di leggi speciali di fatto, che aggirando la lettera del diritto si collegavano, in qualche caso anticipandole, alla “legislatura d’emergenza” che costituì per anni una vera e propria sospensione dei diritti della difesa: lo spezzettamento dell’inchiesta in tre processi metteva infatti gli imputati in condizione di essere accusati a Roma di aver costituito un’organizzazione armata (la misteriosa “O”), a Padova dei reati che costituivano la sostanza della “O”, e a Milano del carattere tentacolare della “O” in concorso con altre sigle. Come in un paradosso, a Roma i reati erano dati per presupposti, a Padova e Milano era data per presupposta l’organizzazione. Al tempo stesso, col passare del tempo e il cadere dei primi capi di imputazione, sostituiti da nuove accuse scaturite dai diversi “pentiti” – dapprima Carlo Fioroni, in seguito Marco Barbone – venivano emessi mandati sostitutivi che aggiravano nei fatti il limite della custodia cautelare fissato dalla “legge Valpreda” (legge 773/1972). Gli imputati vennero così sottoposti al regime delle carceri speciali – come se fosse già comprovata la loro colpevolezza – fino alla sentenza di primo grado, quasi sempre senza avere un confronto con i pentiti che li accusavano, a volte (come nel caso di Negri) senza mai incontrare il giudice istruttore. Carceri speciali nelle quali si costituiva un ulteriore elemento di tortura psicologica la coabitazione con i “boia delle carceri” brigatisti, che li consideravano traditori cui promettere un esplicito “colpo di grazia”; né va dimenticato che il duro regime carcerario avrà effetti devastanti sul fisico di alcuni di loro (come Ferrari Bravo, Vesce, Serafini), che patiranno una morte prematura.

Al termine di una vicenda giudiziaria durata anni (la sentenza di secondo grado è dell’8 giugno 1987), dopo che il processo padovano aveva fatto giustizia dell’impianto accusatorio e il pm Giovanni Palombarini aveva smentito e confutato Calogero, gli imputati, in primo grado condannati a pene pesantissime, furono assolti da quasi tutte le accuse, e le loro pene quasi sempre ridotte a misura della carcerazione preventiva già patita. Ma ormai si era entrati in quei lunghi anni Ottanta.

Questa raffinata macchinazione giudiziaria era al servizio di un disegno generale, che prese il nome di “teorema Calogero” e che pretendeva di ricondurre un movimento di critica e sovversione dello stato di cose presenti a un’associazione criminale eterodiretta da un pugno di “cattivi maestri”. Il teorema si basava su tre presupposti: che non fosse possibile un movimento autonomo e spontaneo; che il suo carattere molteplice e plurale costituisse una semplice variazione rispetto a una sostanziale uniformità che appiattiva sul terrorismo brigatista ogni manifestazione di  antagonismo e lotta di classe; che la lotta di classe dovesse essere depurata da ogni espressione di violenza, a dispetto della storia e tradizione degli oppressi – da cui la necessità di una direzione politica e sindacale del conflitto sociale, che non poteva ammettere alcuna obiezione.

Il “teorema Calogero”, insomma, nasceva come emanazione (esplicita o meno che fosse) di quel Partito comunista che si attribuiva l’incarico di rappresentare e dirigere «la classe operaia che si fa Stato», e come tale si incaricava, illudendosi, di porre rimedio alla crisi dello Stato-piano. Il conflitto sociale che, non solo in Italia, promanava dal ’68 metteva in crisi i fondamenti stessi della dottrina keynesiana dello Stato sociale che, operando una certa redistribuzione del reddito, manteneva entro confini accettabili l’antagonismo sociale, al prezzo di qualche buona riforma. La crisi economica globale aveva mostrato in tutta la sua nudità questo buon sovrano, e messo all’ordine del giorno il suo superamento. Il Pci, prigioniero delle politiche del compromesso storico e impegnato a dimostrare l’affidabilità nella gestione della crisi, rispondeva invece con la politica dei sacrifici sancita sul piano sindacale dalla “svolta dell’Eur”, la scelta della Cgil di accettare il taglio del salario per favorire la ripresa economica e su quello governativo dal piano Pandolfi del 1978 con cui il governo Andreotti varò un generale taglio alla spesa pubblica: i costi della crisi (in primo luogo gli alti tassi di disoccupazione) venivano scaricati sui lavoratori, ai quali si chiedeva di accettare le politiche di licenziamento, di mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni (scaglionamento dei miglioramenti contrattuali, revisione «da cima a fondo» del meccanismo di Cassa integrazione), e di accettare l’idea che il salario dovesse essere considerato una «variabile dipendente». Pci e sindacato non riuscivano a comprendere che il declino della pianificazione statale si traduceva nell’uso politico della crisi; non coglievano il significato di quelle politiche di ristrutturazione capitalistica – allungamento delle linee di produzione, automazione, delocalizzazione – che già alludevano al capitalismo di fine secolo, ed anzi le assecondavano; e non comprendevano il mutamento profondo della composizione sociale dei movimenti cui alludeva il dislocamento del conflitto dalla fabbrica all’intero territorio metropolitano – e dunque dalla giornata lavorativa alla qualità dell’intera vita.

Che fosse concepibile una vita liberata dal dominio del lavoro salariato e dalle determinazioni economiche; che ci fosse vita, oltre l’orizzonte della fabbrica; che questa vita venisse non solo teorizzata, ma praticata in stili di condotta collettivi e comunitari; che nuovi soggetti sociali producessero forme di lotta innovative e trasversali; che a tutto questo si accompagnasse una riflessione teorica all’altezza della sfida: questo, il partito di Berlinguer, il sindacato di Lama e la procura di Calogero non potevano accettarlo, e neanche concepirlo. Emblematica era la riduzione a scena indiziaria di un futuro crimine la cena nella quale era presente, assieme a Bevere (fondatore e direttore della rivista Critica del diritto), Toni Negri (che con Critica del diritto collaborava) e sua moglie Paola, e il giudice Alessandrini. Ai giornalisti de l’Unità, non passò per la mente che attorno a una rivista che praticava la critica del diritto magistrati e militanti che avevano a cuore le lotte in fabbrica e i conflitti sociali potessero incontrarsi e discuterne, socializzando conoscenze e punti di vista – magari a partire dalla comune lettura di Boris Pasukanis, il giurista sovietico che ha analizzato l’interazione tra diritto e capitalismo. Interpretare quelle discussioni conviviali come paralipomena dei Demoni di Dostoevskij è una chiave di lettura più comoda e ammiccante, efficace se si vuol credere che ogni manifestazione di conflitto radicale – condivisibili o meno che fossero – sia causata da alieni e non sia riconosciuta come originata da una storia comune: persino quando, come nel caso di una delle componenti del brigatismo, i marziani provenivano dallo stesso album di famiglia del Pci e ne conservavano le peggiori tare terzinternazionaliste, senza neanche far la fatica di tagliarsi i baffoni.

D’altro canto, la messa in relazione, in comune, delle pratiche era un tratto costitutivo di quel movimento: con buona pace di Nadia Urbinati, che si è figurata «una visione liberale e individualista», peraltro contraddetta dalle sue stesse citazioni dei giornali di movimento. Che la dimensione orizzontale di quel movimento fosse reticolare e comunicativa, informativa e territorializzante, lo avevano purtroppo ben presente le procure e le forze della repressione, che nei mesi seguenti, anche grazie alle diversamente spontanee e veritiere “confessioni” dei pentiti, riuscirono a disarticolare quelle reti: basti ricordare la distruzione del circuito delle librerie Punti Rossi, delle quali furono imprigionati – individuati con chirurgica precisione – i responsabili locali, ma gli stessi lettori (la sola Libreria Calusca di Milano nel giro di un anno si trovò ad avere in rubrica, 681 arrestati), la chiusura della Cooperativa Ar&a di Primo Moroni e Nanni Balestrini, una struttura editoriale che riuniva tante realtà editrici autogestite in grado di contrapporsi alla grande distribuzione editoriale, la fine del circuito musicale che ruotava attorno alla Cramps Records.

Negli anni di carcere preventivo, prima ancora che il processo fosse non solo celebrato ma istruito e che i capi d’accusa venissero formulati con precisione, i detenuti del 7 aprile costituivano in carcere quell’esperienza di messa in comune dei saperi che fu  la “Università di Rebibbia”, tesa fra L’anomalia selvaggia di Negri e Convenzione e materialismo di Paolo Virno, due fra i testi più importanti (certamente i due più inattuali) degli anni Ottanta, attraverso i quali l’esperienza dell’autonomia e del (post-)operaismo si è prolungata fino ad oggi. Ha un valore non solo simbolico che nel quarantennale di quella persecuzione sia tradotto in Italia Assemblea di Negri e Hardt – a riprova che il tentativo di impedire a quel cervello collettivo di pensare è fallito.

Se un’immagine deve suggellare l’interezza di questa oscena storia di inquisizioni e “colonne infami”, valga allora ricordare, attraverso uno dei suoi attori, cosa significava la libertà per quei militanti: il 12 giugno 1984 Luciano Ferrari Bravo, «mentre attendeva, dopo cinque anni e mezzo di galera preventiva, una sentenza che avrebbe potuto condannarlo a decine di anni di reclusione, invece di farsi tradurre in catene al tribunale, restò a Rebibbia, sereno di una serenità filosofica, a giocare una serissima partita a tennis» (Sandro Chignola, Foucault oltre Foucault, DeriveApprodi, 2014, p. 189). Testimone socratico della verità, Ferrari Bravo non poteva allora sapere che proprio in quella primavera Foucault aveva concluso i suoi corsi, mentre la morte si approssimava, parlando del coraggio della verità e della filosofia cinico-stoica come militanza filosofica «nel mondo e contro il mondo […]: la vita vera come vita altra, come una vita di lotta, per un mondo cambiato».

 

Questo articolo è stato pubblicato per Jacobin il 7 aprile 2019.