Archivio Luciano Ferrari Bravo

Adone Brandalise: Guido Bianchini, 2017

Il testo, che qui proponiamo, inaugura una nuova rubrica all’interno del sito: Presa Diretta. Uno spazio di riflessione per investigare il presente a partire da quelle voci ed esperienze che hanno alimentato e contribuito a sviluppare il laboratorio teorico-politico entro cui si è mosso Luciano. Il testo qui di seguito pubblicato, a firma di Adone Brandalise, ricostruisce la complessa figura di Guido Bianchini, mettendone in risalto le diverse sfaccettature, collocandosi idealmente come premessa al Compianto che Luciano pronunciò alla scomparsa dell’amico.


Dovendo fare riferimento a ciò che oggi può risultare significativo del percorso – complesso, sfaccettato e variamente scandito – di Guido Bianchini, conviene forse, iniziare da una considerazione: probabilmente, tutti coloro che lo hanno conosciuto e hanno avuto un’interazione significativa con lui, insisterebbero sullo scarto vistosissimo che esiste tra il volume e la qualità di quanto venne espresso da Guido, all’interno dei diversi contesti di lavoro politico, sindacale e anche scientifico, e quanto resta di lui citabile. Per fare un esempio concreto: la raccolta di scritti1 che venne curata ormai una trentina di anni fa, rende ragione – solo limitatamente – dello spessore qualitativo del suo contributo.

Va detto che sotto un certo punto di vista, forse, Guido era la migliore concretizzazione di un certo modo di avvicinare la riflessione teorico-politica, che rinunciava a identificare lo specifico personale del proprio contributo. Una prassi che era d’epoca e che vedeva la contaminazione, tra ambiti disciplinari e quindi lessici concettuali diversi, come necessaria. Il lavoro veniva inteso – soprattutto – come lavoro collettivo. Aspetto, questo, non marginale o occasionale ma vissuto proprio come centrale del lavoro culturale. Guido, volontariamente, si è profuso all’interno di percorsi di ricerca che portano, in secondo battuta, i nomi di altri autori. Questo beninteso senza nulla togliere all’originalità di coloro i quali sono diventati gli autori di contributi che, nella logica di quell’epoca erano la redazione da parte di qualcuno di un pensiero che in molti momenti aveva preso l’aspetto di un Mitdenken, di un pensiero comune. Guido, sotto questo profilo, – cedendo a quella che potremmo propriamente chiamare immediatezza del godimento – fu propenso a dissipare da un lato e da un altro a diffondere, la sua riflessione all’interno di una miriade di conversazioni. Situazioni, queste, che spesso prendevano la forma seminariale ma che, in molti casi, avevano la caratteristica di spontanee sedute di lavoro perché, a tutti gli effetti, anche la serietà del lavoro finiva per rendere più intenso e più godibile il piacere della conversazione. È proprio a causa di questa caratteristica di Guido, che all’epoca delle sue disavventure giudiziarie, con accentuazioni diverse, si parlò di lui come di una figura socratica. Ciò poteva significare con sottolineature di diffidenza accademica, uno che non scriveva o con un accento più malizioso di stampo giudiziario, qualcuno che non si faceva incastrare per i suoi scritti. L’aspetto socratico – in realtà – in Guido c’era, nel senso che la vastità dei suoi riferimenti culturali, che incorporavano anche i portati di una sua lunga esperienza sindacale e di lavoro di partito, scattavano in riferimento – si trattava di un nobile occasionalismo – a quanto gli veniva proposto dalla necessità di sottoporre ad analisi o a decostruzione la quotidianità con cui si relazionava. Un esempio, molto efficace, sarebbe quello di considerare il mercato e il Sotto Salone, suoi elementi di alimentazione intellettuale primaria, da cui si arrivava, non con semplici passaggi, ma attraverso collegamenti, comunque in larga parte motivati o riccamente discutibili, all’orizzonte della concettualità politica o della teoria economica. Un po’ un effetto fisarmonica – dalla strada alla biblioteca –che ad esempio al sottoscritto è sempre rimasto, nonostante avessi una facies totalmente diversa da quella di Guido e che nel suo caso era praticato ostinatamente anche con un’intenzione caldamente, amichevolmente polemica sia nei confronti dei fautori dell’impatto empirico col presunto immediatamente concreto, sia nei confronti di coloro che chiudevano ragionamenti che potevano avere altri e più ricchi sviluppi politici nell’autosufficienza autoreferenziale del successo accademico. Certo questa propensione a rompere il discorso compiuto, a incorporare elementi di originalità all’interno di una sequenza che, più che quella di un discorso finalmente portato a compimento doveva essere una sorta di patchwork destinato a incorporare le sue varie parti in una serie di pratiche di ricerca e pratiche tout court, faceva sì che la sua firma sparisse.

Sarebbe un errore pensare che questo atteggiamento coincidesse nell’assegnare un privilegio alla militanza rispetto alla ricerca, anzi, potrei dire che da un certo punto di vista, soprattutto in lui io trovai, in un contesto che fu quello di Scienze Politiche – destinato ad avere le vicissitudini bene note con l’avvento del 7 aprile – la consapevolezza maggiore di come un ruolo politico importante avrebbe potuto essere legato, più che in un corpo a corpo arrischiato con i movimenti, a una forte concentrazione su un lavoro di ricerca accademicamente atipico ma scientificamente indisponibile a sconti, aprendo così a una forte capacità di rottura epistemologica e teorica.

Ecco questo mi sembra il caso di dirlo, perché l’immagine di un compagno tonico e intelligente ma in qualche modo bertoldesco, portatore di un’intelligenza popolare e quindi da poter essere guardato con affettuosa sufficienza, è quanto esattamente con Guido Bianchini non ci prende. Anzi, da una certa angolazione, forse proprio per alcune volontarie sottolineature plebee, da parte sua, vi era una vocazione squisitamente aristocratica. Tratto che si esplicava essenzialmente nel rifiuto di cercare legittimazioni di comodo per le proprie scelte e, per dirla un po’ nietzschianamente, nella volontà di non censurare i propri istinti, di dissimulare i propri desideri o in qualche modo di camuffare le proprie scelte. Questo atteggiamento gli consentiva, in tutta una serie di circostanze, di essere serenamente dissidente nei confronti di alcuni contesti che forse avrebbero potuto premiare un po’di conformismo in più. Questo sia in quei giri di frequentazione che non erano i più usuali per chi poi avesse i suoi rapporti privilegiati, penso il sindacato, la CGIL in cui ebbe cospicua rilevanza, sia per ciò che riguardava il suo confronto con compagni a lui molto vicini a cui non fece mai mancare il suo dissenso quando lo riteneva necessario. Questo, mi sembra sia tutto sommato un aspetto da sottolineare.

Poi in realtà volendo cercare di raccogliere le fila prevalenti all’interno di questo, come possiamo dire, incontinente menù di stimoli, di semielaborati analitici che venivano da lui, alcune considerazioni possono essere senz’altro fatte. Si potrebbe dire che a suo modo, certamente, Guido era un sociologo critico del lavoro, o per meglio dire, dell’incorporazione dell’intelligenza socialmente prodotta in lavoro. Ciò che lo rendeva ovviamente particolarmente interessato all’università come luogo di produzione di sistemi di competenze, di sistemi d’innovazione di cui avrebbe desiderato, si fossero potuti studiare, le forme d’incorporazione in processi ulteriori, ricostruendo in una forma non estrinseca i condizionamenti che li portavano ad avere determinate direzioni piuttosto che altre. In un certo senso, devo dire come in molti che operavano in quel contesto, a partire da un retroterra che era stato quello di Quaderni Rossi, Classe, ecc, Guido esprimeva un forte sentimento d’interesse per le grandi potenzialità collegate ad uno sviluppo non addomesticato dell’intelligenza. Interessato alla conseguente capacità che l’innovazione avrebbe potuto avere di rimettere questioni altrimenti ritenute obbligate o immodificabili. Insomma, una certa sensibilità che si sarebbe sposata con alcuni momenti di ricerca filosofica di quell’epoca che magari lui non frequentava primariamente, per non rischiare di affogare nell’idea di trend, e che se vogliamo era espressione di un’incorporazione di quella critica benjiaminiana nei confronti della presa mortale dello storicismo. Ecco questo era uno degli ingredienti principali del suo stile intellettuale, collegato anche alla sensazione a volte espressa in forme che potevamo sembrare ingenue, che moltissimo ci fosse da fare, moltissimo fosse possibile fare.

A questo punto varrebbe, forse, la pena di evocare una locuzione che era frequente in Guido all’altezza della quale io ho sempre sistemato una mia affettuosa forma di dissenso a cui il nostro si prestava salvo poi riprendere la sua postura. Il passaggio era questo: “Questi dovrebbero capire, il sindacato avrebbe dovuto capire, il Partito Comunista avrebbe dovuto capire, forse alcuni compagni a lui più vicini avrebbero dovuto capire, i democristiani avrebbero dovuto capire, i bottegai padovani avrebbero dovuto capire; cioè, in altri termini esistevano dei discorsi che avrebbero avuto una loro intrinseca forza che attendevano un soggetto disposto ad assumerli”. C’era in questo, forse in parte, un cedimento a una suggestione illuministica, «se questi capissero», «Guido, se non capiscono è perché per la loro composizione sociopolitica non possono permettersi di capire, no?»; «Capire vuol dire ristrutturarsi, cambiare in parte identità, se non lo si fa, non lo si fa forse soltanto per un limite di spinta noetica». Qui, mi sembra, vi fosse un elemento di difficoltà all’altezza dell’identificazione di un ruolo del soggetto. Guido era molto capace nel cogliere – ed era una cosa particolarmente ammirevole in lui – l’addensarsi all’interno di certe tematiche di trasformazione, le condizioni che del prodursi di una soggettività politica. Rispetto, però, alla forma complessiva di ciò che egli riteneva importante – penso al discorso sull’università, al discorso sul rapporto lavoro intelligenza ecc. – sembrava in qualche modo pro tempore attendere un soggetto tutto sommato, forse, non troppo diverso da quello che avrebbe potuto essere un partito redento dalle traversie del PCI dell’epoca, o da un sindacato che non mostrasse i sintomi già avanzati di sclerosi che già allora manifestava la CGIL; o magari ancora da un movimento troppo sedotto dalla densità esperienziale delle proprie vicende piuttosto che propenso ad avere un bilancio rigoroso dei propri acquisti: l’idea che sfasciando quattro vetrine si stesse facendo qualcosa d’importante a lui che era stato partigiano e che aveva sparato la sua parte non sembrava così seducente. Su questa linea, non arretrare di fronte a delle questioni importanti che avrebbero avuto bisogno, non dello slancio assembleare ma della seria ricerca, gli sembrava senz’altro più importante. Ecco in un certo senso Guido sentiva molto una questione che appunto dicevo era dell’epoca, cioè la possibilità di riuscire a frequentare in una forma di pensiero trasversale rispetto alle discipline, i nodi decisivi nell’evolvere del sistema dei saperi, e farlo scontando il minimo, non scontando affatto il rischio del dilettantismo all’interno di una traversata di questo tipo. Voglio dire questa era una cosa in vario modo – sic parva magnis – che ci caratterizzava tutti a quell’epoca, se pensiamo a persone diversissime tra loro Toni Negri, Massimo Cacciari, Mario Tronti ecc. troviamo all’interno degli scritti di tutti costoro si a distanza limitata, riferimenti ritenuti disciplinarmente incompatibili. Come si sarebbe chiesto qualcuno leggendo Krisis: ma insomma Böhm-Bawerk, Hilferding ma anche Gustav Mahler, musica-economia-politica, il tutto da uno che sta facendo un libro di filosofia, cos’è questo casino? Questo casino era il tentativo di articolare un pensiero che fosse in grado di capire l’embricarsi di una serie di vicende di diverso periodo all’interno della rete costitutiva del presente. Lo stesso avveniva per certi voli molto letterali che caratterizzavano, bene o male, Operai e stato di Toni e che movimentava molto il modo con cui Negri reinventava, in maniera per alcuni versi originale, lo spazio tradizionalmente non esaltante di ciò che si chiamava dottrina dello Stato.

Rispetto a tutto questo Guido Bianchini avrebbe detto che si trattava di una sociologia critica o alternativamente sarebbe stato il suo modo per parlare di filosofia, visto che la filosofia era qualcosa, che nelle sue formule ricorrenti, rispecchiava essenzialmente l’attività del cane, nella formula «Filosofeggia il cane?». Dove in qualche modo il cane che filosofeggia è colui che devia in direzione di un’estetica del prodotto letterariamente finito, invece di gettare le sue risorse all’interno di un lavoro che non si stacchi da un attraversamento di prassi. Questo era uno dei suoi temi.

Un altro dei suoi temi ricorrenti, anzi uno dei suoi luoghi ricorrenti, fu il sindacato. Va detto che a quell’epoca il sindacato aveva acquisito una rilevanza particolare come luogo politico di una compatibilità tra soggetti incompatibili in qualsiasi altra cornice. Il direttivo della CGIL scuola era fatto d’iscritti al PCI, al PSI, a Lotta Continua, al Centro Lenin, ad Avanguardia Operaia, a esponenti – spesso sotto questo profilo non valutati con molto favore dai propri compagni –dell’area operaista e che poi si sarebbe detta autonoma, più altri ancora. In realtà l’immagine del sindacato era quella di un soggetto collocato all’interno dei processi in maniera tale da poter al suo interno sperimentare dei percorsi altrimenti impossibili. Nel corso degli anni che culminarono nel 7 aprile, questa potenzialità sembrò andare verso una sua chiusura, invertendo la tendenza del periodo precedente, basti pensare soltanto all’esistenza allora di un fenomeno – ora difficilmente pensabile – come l’unione dei tre sindacati metalmeccanici che coincideva anche con un’ambizione forte anche dal punto di vista di un lavoro politico-teorico all’interno di quelle formazioni. Da parte di Guido ci fu sempre la speranza che fosse possibile operare all’interno del sindacato dei salti di qualità nella lettura dei processi in corso e, quindi – vedi l’illuminismo di cui sopra – nelle forme dell’iniziativa, che per lui, al di là dell’opposizione morbidezza/durezza, andava casomai nel senso della riformulazione dell’agenda o se vogliamo delle riarticolazione delle rappresentazioni di realtà. Cosa che devo dire – io ritengo – fosse portata ad un livello molto apprezzabile: cioè quali sono gli elementi di vera importanza in tutto ciò che vediamo? Quasi mai quanto viene indicato dai discorsi correnti, siano pure essi quelli circolanti nel movimento, nel sindacato o nel senso comune. Questa interpellazione era ciò che stava alla base di quando suggeriva, per esempio, di partire da un’informazione circa la consistenza dei cavi telefonici, che venivano disposti in una determinata parte della città, per capire quale sarebbe stato il tipo di sfruttamento edilizio futuro. Esisteva, infatti, un rapporto – credo, non sono un tecnico – tra la sezione di questi cavi e l’altezza a cui sarebbero potuti arrivare i futuri palazzi. Così come quando partendo dalle melenzane o dai carciofi del Sotto Salone arrivava a delle considerazioni sulla spesa complessiva dello Stato italiano. A proposito di carciofi e melanzane, Guido avrebbe notato che queste sono verdure di provenienza esotica per l’esperienza padovana e qui sarebbe scattato un altro registro non secondario della sua sensibilità. Quello di un’antropologia culturale e selvaggia quanto ricchissima d’informazioni che in un certo senso avrebbe puntato a recuperare quello che in quella temperia altri non facevano, la rilevanza di quelli che potremmo chiamare i semi della cultura. Complesso, in altri termini, di tradizioni, di forme del consumo culturale, di forme della sensibilità – ad esempio Guido aveva pratica artistica era appassionato di musica – di cui in qualche modo non mi è mai sembrato volesse bollarne la natura sovrastrutturale. A volte anche le sue discese in un vernacolo particolarmente duro, crudo, lo calavano nell’aspetto di un antropologo che in mancanza di meglio decidesse di essere lui stesso la popolazione selvaggia da intervistare. Su tutto questo evidentemente planò il 7 aprile, che in realtà non cambiò la sua fisionomia intellettuale ma certo limitò di molto la sua capacità di stimolare imprese della ricerca e anche della pratica sociale. È sintomatico per altro che negli ultimi anni si dedicasse con particolare impegno alla rivista Antigone, che era una rivista che si occupava dei problemi della gestione del dopo morte (per utilizzare un termine increscioso), servizi funerari cimiteriali ecc. Tutto sommato in un qualche modo l’idea di attraversare parti maledette, facendo saltare delle censure ed egli assetti intellettuali in parte fondati su queste omissioni su queste conclusioni, rimaneva anche verso la fine una delle sue caratteristiche di sempre.

Sarebbe interessante non fare di lui un caro ricordo, devo dire che personalmente non ho mai pensato – forse questa è una mia propensione generale – di rendere Guido parte di un mondo di ieri. Del mondo di ieri non sono affezionato perché forse lo ricordo molto bene e lo sento molto come parte di un oggi da capire. Credo che un atteggiamento del genere, tutto sommato, non gli sarebbe dispiaciuto. C’era per lui qualcosa di meglio che parlare sempre di come eravamo e devo dire che quando il suo atteggiamento testimoniava questa consapevolezza, il suo passato avrebbe autorizzato comunque molti indugi memorialistici. Ricordava molto volentieri ma non pensava che questo fosse il suo lavoro principale.

1 G. Bianchini, Sul sindacato e altri scritti, Quaderni del Progetto, Padova, 1990.