Archivio Luciano Ferrari Bravo

Al Dott. Giovanni Palombarini giudice istruttore presso il tribunale di Padova 

Pubblichiamo qui la lettera di Luciano Ferrari Bravo del 15 febbraio 1984. Scritta dal carcere di Rebibbia è indirizzata a Giovanni Palombarini, giudice istruttore presso il tribunale di Padova. Qui LFB ricostruisce non solo il proprio percorso e la sua attività a Scienze Politiche ma anche i primi anni di Radio Sherwood e il panorama politico di movimento della Padova degli anni ’70.  

      Le confesso uno stato di grande stanchezza e quasi di nausea a prender la penna in mano per replicare all’ultima fatica del sost. Proc. dott. Calogero. Il difensore le invierà nei termini la memoria finale, ma sento la necessità di rivolgermi a lei, in questa forma forse anomala, per esprimere personalmente la mia profonda indignazione per la sistematica e ormai annosa deformazione del mio reale profilo politico e umano operata dal PM. Parlo di annosa deformazione perché non vi è, nella sua ultima requisitoria, alcun fatto o elemento nuovo rispetto a quelli sui quali fin dai giorni successivi al 7 aprile 1979 ho fornito le mie risposte e su cui ho reso un ampio interrogatorio dibattimentale davanti alla Corte d’assise di Roma. L’unica novità, per me sconvolgente, è che lo stesso PM che all’indomani del 7 aprile, in pendenza di una mia istanza di formalizzazione, decise il mio trasferimento per competenza a Roma (in forza della falsa accusa che fossi un dirigente delle BR), a distanza di quasi un lustro, sulla base degli identici elementi di fatto, apra un nuovo procedimento e mi privi nuovamente della libertà.
Non riesco a definire tutto questo se non come frutto di una volontà persecutoria – tanto più incomprensibile nel momento in cui la stessa Corte d’assise di Padova dichiara formalmente non più sussistente l’allarme sociale per i fatti sui quali si è proceduto a Padova dal ’77 in avanti. E non riesco a trovare in questo accanimento altra spiegazione se non quella di volermi a tutti i costi accumunare alle scelte politico-organizzative di Toni Negri negli anni settanta, di dipingermi come una specie di suo braccio destro demandato a comandare la provincia veneta e via dicendo. Un’immagine che mi trascino dietro dal ’79, suggestiva ma del tutto falsa.
Vorrei allora dire due parole chiare a questo proposito. Ho conosciuto Negri nei primissimi anni sessanta e ho stretto da allora con lui un rapporto dì grande amicizia personale e di comunanza teorica e politica molto intenso. Un rapporto che, effettivamente, si è tradotto in quegli anni in una comune militanza nell’ambito delle esperienze organizzative datesi allora, su su fino alla formalizzazione di Potere operaio tra ’68 e ’69. Come ho ripetuto anche troppe volte, questo rapporto si è profondamente modificato agli inizi degli anni settanta. È cessato del tutto come rapporto di comune militanza politica. È un fatto su cui invano cerco di richiamare da anni l’attenzione dei giudici che mai una sola volta m’è accaduto, nel corso dell’intero decennio, di sedere assieme a Negri attorno allo stesso tavolo a svolgervi il ruolo proprio del dirigente politico a discutere e decidere la linea della propria organizzazione, a promuoverne lo sviluppo, a distribuirvi ruoli e funzioni, e via dicendo.
È rimasta invece, com’è naturale, la più grande amicizia personale e una piena convergenza di interessi teorico-politici. Non ho mai cercato di sfumare questa convergenza dietro lo schermo di una comune collocazione accademica – sebbene quest’ultima ne sia stata la sede naturale e pressoché esclusiva in tutti quegli anni. Mi chiedo, settanta anni dopo Weber, chi possa seriamente ritenere di tranciare con un semplice fendente il mondo del lavoro intellettuale da quello dei valori politici che lo attraversano. Tanto meno in un caso come quello della complessa e multiforme produzione di Negri. Lo so che oggi si ama dipingerlo come mero autore di opuscoli discutibili o magari «deliranti»; ma non si rende omaggio alla giustizia facendo torto alla verità. In ogni caso io ritengo di avere un debito intellettuale e umano non cancellabile nei suoi confronti. È questa la ragione per la quale fin dal giorno dell’arresto ho sentito la precisa necessità che le mie proteste di innocenza non suonassero in alcun modo come sostegno anche solo indiretto al cumulo enorme di accuse che gli sono state via via rivolte. Pur in una situazione grandemente mutata, vorrei fosse chiaro che questo rimane lo spirito con cui le sottopongo queste annotazioni difensive.

1970-1975

Utilizzo in queste note una semplicissima scansione temporale, per seguire un teorema accusatorio in gran parte basato su una mia pretesa continuità politico-organizzativa lungo tutto il decennio. Una continuità frontalmente smentita dal fatto che per tutta la prima metà degli anni settanta sono, e risulto, del tutto estraneo ad ogni forma di militanza politica.
Ho indicato fin dal primo interrogatorio il momento preciso (la primavera del 1970) nel quale decisi di interrompere un impegno politico che era invece stato molto intenso negli anni precedenti. Sono stato in grado di farlo perché esso è legato a motivi personali che ho tuttora ben presenti: il fatto di essere diventato padre una seconda volta, la necessità di concludere una ricerca che infatti finii e pubblicai l’anno successivo.
Non fu una «rottura» politica, quindi, anche se cominciavo a sentire qualche disagio (e non lo nascondevo) a muovermi nella nuova situazione determinatasi con la formazione del gruppo. In quel momento pensai comunque solo di prendermi una «vacanza» di qualche mese dalla politica attiva; poi le cose andarono diversamente e l’allontanamento si rivelò di fatto irreversibile. La cosa era perfettamente nota sia a Negri che all’ambiente nazionale di P.O. (anche se il primo non cessò mai di sollecitare, debbo dire con sempre minor convinzione, il mio rientro). È un fatto che non risulto mai presente né negli Esecutivi o altre sedi di direzione né negli stessi convegni nazionali di P.O., da quello di Roma del settembre 1971 a quello finale di Rosolina. È un fatto che risulta inconfutabilmente dall’enorme mole di prove documentali relative a P.O. e dalla testimonianza di tutti i protagonisti di quella vicenda. Né mi pare possa essere anche solo scalfito dalle due o tre testimonianze «padovane» che si limitano in sostanza a riproporre, senza il minimo conforto di circostanze di fatto, la propria «opinione» di allora che io fossi un dirigente di P.O. Opinione di cui è agevole sia comprendere i motivi che accertare l’infondatezza.
Le modalità della mia uscita da P.O., come banalissimo ritiro a vita privata, spiegano in modo piano alcuni esili segni contrari. Ad esempio, è certo che non solo ho mantenuto rapporti amichevoli con i compagni che avevo conosciuto ma anche la generica disponibilità a collaborare al giornale del gruppo. Gli unici articoli che però mi ricordi di aver scritto, nel ‘72, sono l’uno un intervento sul tema «elezioni e referendum» e l’altro un saggio che mi permetto di definire di tono «scientifico» in polemica con uno scritto del prof. Rowthorn. Così è possibile che nel ‘73, scioltosi P.O., Negri abbia pensato a me come possibile relatore sul tema «sindacato e stato» per l’ormai famigerato seminario svoltosi a luglio presso la Facoltà di Fisica. Il piccolo particolare è che non me lo chiese o se me lo chiese alla fine declinai l’invito e la relazione venne svolta dal prof. Galzigna – conclusione cui era giunto a suo tempo lo stesso PM e che vedo ora con soddisfazione confermata da quest’ultimo. Quanto alla mia pretesa partecipazione ad un convegno tenuto a Preganziol nell’autunno ‘73, si tratta di un puro e semplice equivoco. L’appunto della dott.ssa Del Re, che ne costituirebbe prova, si riferisce ad una riunione tenuta nella Facoltà di Scienze politiche con studenti di Preganziol (dove appunto insegnavo) e di Ferrara, condotti dal prof. Greppi (che a Ferrara insegnava e che era presente) per definire un’ipotesi di ricerca da condurre in comune. L’intestazione stessa dell’appunto e la sua semplice lettura non possono lasciar dubbi in proposito.
Ma in generale, per la fase successiva al ‘73 e allo scioglimento di P.O. non ho neppur da fare queste marginali precisazioni, vista la totale assenza di elementi che mi riguardino. E la cosa si comprende: la crisi di P.O. recideva gli ultimi fili che potevano legarmi ad una esperienza alla cui nascita avevo pur dato il mio contributo. Nessun rapporto mi viene attribuito con la sede padovana di P.O. nella misura in cui resta in vita dopo Rosolina. Ma nessuno neppure con la frazione «uscente» di Negri, nella quale in genere mi trovo iscritto d’autorità anche nella più totale mancanza di riscontri. Le stesse fonti di accusa sono unanimi sul punto. Fioroni dice di avermi perso di vista fin dall’inizio degli anni settanta. Casirati che pure è presente più volte a Padova, neppure mi menziona: sarei dunque stato un bensì singolare «dirigente»! Concludo. Non c’è in tutti questi anni, riunione più o meno pubblica, a Padova, a Milano o altrove, non c’è sede organizzativa, lecita o meno, in cui io sia presente, neppure per sbaglio.

1976

Ho insistito ancora una volta su questa pressoché totale cesura col mondo della militanza politica negli anni precedenti, non già per sottrarmi ad un’accusa formale relativa ad un mio preteso ruolo dirigente in Potere operaio – tanto meno ne avrei motivo con lei che ha già espresso un giudizio su quell’esperienza. Ma per sottolineare il fatto che non è davvero possibile comprendere e giudicare in modo equilibrato la mia vicenda successiva se non si tiene conto di questa lunghissima e profonda estraneità alla politica attiva. Perché essa significa molto semplicemente – per chiunque conosca le regole elementari del far politica e a maggior ragione quelle peculiari del «movimento» degli anni 70 – che neppure volendo sarei potuto «rientrare» nel movimento con un ruolo belle fatto di dirigente politico di questa o quella realtà organizzata. Mi sono riaccostato, per l’appunto solo nel ‘76, alla vita del movimento mosso dal bisogno di uscire dall’asfissia di una vita totalmente ritirata e dalla voglia di capire le modificazioni di una realtà che percepivo, per mille segni, in forte trasformazione. Il «prestigio» di un’antica militanza, risalente agli anni sessanta e una generica stima intellettuale: queste le uniche armi che eventualmente possedevo e che abbia mai usato negli anni successivi. Anni di battaglia politica, certamente. Non mi sono riaccostato al movimento nella veste di sociologo. Dopo un periodo di informazione e riorientamento ho di volta in volta preso «partito» tra le varie opzioni che via via si presentavano; ma esclusivamente nelle forme e nei modi consentitemi dalla mia completa e voluta estraneità rispetto ad ambiti di «organizzazione».
Non credo sia possibile, e probabilmente neppure corretto, tentare di ricostruire in sede giudiziaria tutti i complessi passaggi della vicenda politica di quegli anni, per come io ho potuto vederli e viverli. Mi consenta perciò di limitarmi ad alcuni punti e ad alcuni aspetti che riguardano direttamente la materia processuale.

La formazione di radio Sherwood
È un fatto che emerge ormai con tutta chiarezza dall’insieme delle evidenze processuali che l’iniziativa di dar vita a R.S. è sorta completamente al di fuori di qualsiasi contatto o coinvolgimento dei Collettivi politici. La cosa è talmente chiara che non mi pare il caso di insistervi. Mi par giusto invece sottolineare il fatto che neppure Negri vi ebbe la minima parte. Posso affermarlo con sicurezza avendo personalmente seguito giorno per giorno, lungo tutta la primavera del ’76, la lunga serie di discussioni che precedettero l’inizio effettivo delle trasmissioni. Aggiungo che quando mi accadde di parlare con lui della radio in gestazione il suo atteggiamento non mi apparve dissimile, per certi versi, da quello esibito allora dai Collettivi: un atteggiamento di sufficienza e di distaccata e un po’ ironica curiosità. Salvo che, a differenza di quelli, Negri non ha mai avuto rigidità di sorta verso qualsiasi cosa si agitasse nell’area del movimento dell’autonomia con l’a minuscola, per intendersi. Non mi sorprende perciò che in un documento della stessa epoca (di cui però sono venuto a conoscenza molto più tardi) vi si esaltasse tra l’altro il ruolo delle radio come forma nuova di espansività del movimento. Ma attribuire a Negri in particolare o all’ambito organizzativo di Rosso milanese entro cui egli si collocava un’intenzione e una progettualità specifiche a questo proposito urterebbe oltre tutto contro la difficoltà di spiegare come mai proprio a Milano occorra attendere il ’79 per vedervi apparire un’esperienza analoga.
Radio Sherwood è iniziativa che si colloca del tutto al di fuori di circuiti organizzativi preesistenti. E ne fanno fede tra l’altro proprio i temi che ne definiscono in modo più insistito le coordinate di discorso. Temi tipici dei «movimenti di liberazione» (termine questo che, davvero inopinatamente, il PM ritiene equivalente a quello di gruppi armati): la controcultura giovanile, il movimento delle donne, le prime emergenze di tematiche «verdi», l’iniziale circolazione di droga pesante ecc. Ed è proprio perciò che la radio diventa rapidamente polo di attrazione di un’area di movimento che, nella misura in cui esprime ambizioni politiche, si colloca semmai in posizione conflittuale o concorrenziale rispetto ai tradizionali gruppi della sinistra extraparlamentare padovana, collettivi compresi. È in questi termini che si spiega la presenza, nella radio o accanto ad essa, di gruppi fluttuanti di giovani (ad es. il gruppo di via Ferri di cui parla Temil), di riunioni di discussione politica ecc.
Temil tutto ciò lo sa benissimo. Così come non può non sapere che non venne costituita alcuna redazione di Rosso. Rosso giungeva alla radio come molti altri giornali e giornaletti, e la sede della radio fungeva semplicemente da punto di distribuzione, come appunto usava allora. Era certamente tra i più seguiti e più letti – personalmente continuo a pensare che le annate 75-76 di Rosso offriranno a chi vorrà ricostruire seriamente quegli anni un materiale di riflessione particolarmente ricco. Ma nessuno espresse mai nemmeno l’intenzione di impiantare una redazione locale; mentre era del tutto pacifico che chiunque (individuo o piccolo gruppo) avesse voluto collaborare a Rosso avrebbe potuto farlo: tale era la proposta continua e la stessa formula giornalistica del giornale, allora.
Tutto quanto dico, sulla collocazione politica e «organizzativa» di Radio Sherwood, vale ovviamente per il ‘76, l’unico periodo in cui abbia avuto a che fare con la radio e la sua gestione. Su quanto è accaduto in seguito ha fornito un’ampia versione Vesce, che ne rimase il direttore e non posso che rifarmi ad essa. Non si capisce su quali elementi di fatto il PM desume una mia ininterrotta funzione di direzione della radio nel periodo successivo. Verso la fine del ‘76, via via che la radio cominciava a funzionare regolarmente, me ne allontanai. L’entusiasmo iniziale soddisfatto e sopito, non vi avevo più alcuna precisa collocazione, una volta esaurita quella funzione di promozione che mi ero senz’altro scelta nel periodo precedente. Vi si aggiunga qualche acceso screzio con Vesce sulla necessità di regolare in qualche modo l’andirivieni di un sacco di gente, spesso sconosciuta, nell’edificio di vicolo Pontecorvo per evitare provocazioni, piccoli commerci illegali ecc. – e devo aggiungere, col senno di poi, che le preoccupazioni di Emilio erano più sensate della mia inclinazione alla tolleranza. Me ne andai molto semplicemente, e non mi occupai più dei problemi della radio. Vi rimisi piede con regolarità solo un anno e mezzo più tardi, ma solo perché gli stessi locali ospitarono allora la neonata redazione di «Autonomia». Ma di ciò più avanti.
2. Alla stessa epoca, cioè alla prima metà del ‘76, risale la questione dei seminari autogestiti a Scienze politiche, che nell’ultima requisitoria del PM si rappresentano addirittura come atto di «fondazione» dei Collettivi.
Innanzitutto, una precisazione. Nella testimonianza Galati (e solo in essa mi pare) si fa risalire l’inizio di tale pratica ad anni precedenti. Pur avendo io insegnato presso l’Ist. Univ. di Architettura di Venezia negli anni accademici tra il ‘72 e il ‘75, ho tuttavia continuato ad essere presente con continuità a Scienze pol. (dove restavo assistente) e posso perciò escludere per conoscenza diretta che vi sia stato, prima della primavera del ‘76, alcunché di simile. Del resto è sufficiente controllare i verbali del CdF di quegli anni: un fenomeno del genere, per sua stessa natura, non potrebbe non lasciarvi traccia.
Che accadde dunque tra fine ‘75 e inizio del ‘76? Accadde che il CdA di Scienze pol. cominciò ad avanzare la proposta dei seminari a tutta la Facoltà, ai suoi vari Istituti ecc. Il CdA era fin da allora «egemonizzato» dai Collettivi? Possibile. La proposta stessa tendeva a forzare le forme tradizionali e «legali» della didattica? Indubbio (anche se debbo porre le virgolette alla parola legalità: quanta parte della vita normale della Facoltà avrebbe retto ad un esame rigoroso da questo punto di vista?). Ma il punto è che la iniziativa del CdA si tradusse in una serie di affollatissime assemblee, coinvolgendo una quantità di studenti che non si può supporre anch’essi egemonizzati da chicchessia. E, in secondo luogo, che la proposta conteneva un nocciolo di critica razionale e fondata alle molte incongruenze dell’organizzazione didattica, al massiccio assenteismo dei docenti e via dicendo – secondo linee di ragionamento consuete e diffusissime in tutta l’Università italiana dal ’68 in avanti. Tant’è che di pratiche come quelle dei seminari autogestiti si può, se si vuole, trovare amplissima documentazione nelle Università di tutta Italia per tutti gli anni settanta. Tant’è che nessuno, che io ricordi, oppose in Facoltà un rifiuto pregiudiziale e di principio ed anzi, da allora, la questione divenne oggetto permanente di discussione nello stesso CdF. È certo che non si è trattato di una vicenda idilliaca, punteggiata come è stata di lotte e occupazioni da una parte e da atti di vandalismo e gravi intimidazioni dall’altra – quest’ultime sempre condannate dal CdF con la mia personale adesione. Ma la questione rimase aperta fino all’ultimo: vale a dire che l’ovvia esigenza della Facoltà di non consentire strappi vistosi alla legalità degli esami ecc. non giunse mai a negare del tutto ciò che vi era di sostanzialmente giusto nella protesta degli studenti, al di là di ogni possibile strumentalizzazione. È tra questi due poli che ho cercato di svolgere in quegli anni, per quanto potevo, un’opera di mediazione e di moderazione – altro che «dirigente» del CdA come mi dipinge il PM! (Mi consenta di rinviarla, a questo proposito, ad una minuta di lettera, che è già tra le, carte processuali, inviata all’allora Preside S. Acquaviva).
Per tornare alla primavera del ‘76, quando la proposta dei seminari emerse massicciamente per la prima volta, noi del «Seminario di dottrina dello Stato» decidemmo subito di tentare un primo esperimento, ruotando sul pool di materie e di docenti raccolti dal Seminario (Dottrina dello Stato, Politica comparata, Istituzioni politiche comparate, Sociologia del lavoro, Storia del movimento operaio). Discutemmo e alla fine concordammo con gli studenti una precisa articolazione di temi seminariali.
Personalmente mi occupai di introdurne uno, basato sul volume di J. O’ Connor The Fiscal Crisis of the State, ne seguii gli sviluppi e le conclusioni. Questo è l’unico seminario autogestito cui abbia preso parte. Fu precisamente per ragioni di prudenza politica che mi astenni in seguito (e ciò vale, che io sappia, per l’intero Seminario di Dottrina dello Stato) dal prendervi parte. Già l’anno successivo la questione veniva caricandosi di evidenti significati politici e il clima diveniva, col ‘77, via via più pesante: non era perciò sensato dar spazio a sospetti, già allora circolanti, che fossimo proprio noi ad attizzare e sostenere la contestazione degli studenti su questo terreno.
Sospetti che però vengono ripresi ancor oggi dal PM e nella formulazione più inverosimile. Sostiene infatti il requirente che io avrei ininterrottamente guidato il CdA e persino indetto le sue riunioni, come risulterebbe dalle mie agende. Da queste ultime risulta invece soltanto che ricorre la sigla CdA in un ben determinato e limitato periodo di tempo (genn.-febbraio 1979). E ciò per la semplice ragione che in quel periodo il CdA tentò di indire, mediante vistosi cartelli, riunioni aperte ai docenti della Facoltà. Mi segnai perciò via via le date sull’agenda, ma non mi fu difficile accertare che nessuno dei colleghi intendeva accogliere l’invito e altrettanto feci io. Mi sono sempre rigorosamente attenuto al criterio in base al quale il mio rapporto con gli studenti nella vita della Facoltà non poteva, in alcun modo, essere diverso da quello degli altri docenti riservandomi ovviamente di esprimere nella sede propria del CdF, come spesso ho fatto, le mie opinioni sui vari problemi che ne hanno travagliato la vita in quegli anni.

1977

L’inizio del ‘77 segna per molti versi un passaggio cruciale. Mi duole di doverlo affrontare dall’angolo visuale, indubbiamente ristretto, della mia vicenda politica personale, ma in questa sede e non avendo appartenuto ad alcuna organizzazione, non vedo alternative.
Nel corso del ‘76, lavorando alla radio e in parte in occasione dei seminari della primavera (frequentati da molti studenti palesemente gravitanti nell’area dei Collettivi politici) m’ero fatto un’idea precisa della composizione politica del «movimento» a Padova. Essa era visibilmente caratterizzata dalla costante e prevalente presenza di questi ultimi, dal loro radicamento, dalla loro almeno apparente compattezza organizzativa. Questo è il dato di fondo da cui occorre partire, a mio avviso, in sede di ricostruzione – da cui comunque partivano le mie valutazioni di allora.
In una parola, il destino del movimento a Padova – il terreno su cui avrebbe sperimentato la sua esistenza, i rapporti che avrebbe determinato col mondo sociale e istituzionale circostante ecc. sarebbe stato comunque condizionato dalle scelte e dall’evoluzione di tale realtà organizzata. Pur non avendo avuto alcun rapporto con la sua storia precedente mi era ovviamente noto il fatto che essa affondava le sue radici nel periodo di P.O. e del suo scioglimento.
Praticamente l’intera sede padovana aveva optato allora per la linea di «continuità» e difeso l’ulteriore esistenza del gruppo. Era dunque in quest’ambito politico – attraverso passaggi e vicende di cui tuttora ignoro quasi tutto, – che l’esperienza dei Collettivi aveva preso avvio; e tale origine era più che evidente in molti aspetti, buoni e meno buoni, della loro iniziativa negli anni di cui sto parlando. Ciò è sufficiente, credo, a spiegare l’ambivalenza del mio rapporto con loro: non potevo né ignorare la loro esistenza né aderire alla loro impostazione.
Ma vi è un ulteriore elemento da introdurre. Via via che si assisteva ad una forte ripresa di movimento in tutt’Italia, come appunto accadeva tra ‘76 e ‘77, si sarebbe inevitabilmente posto anche ai Collettivi un rilevante problema politico, quello di scegliere una propria collocazione tra le varie linee e opzioni politiche che la dimensione nazionale del movimento faceva già emergere. Questo era l’unico piano sul quale ritenevo di poter spendere con qualche risultato il peso, grande o piccolo, della mia opinione.
Schematizzando alquanto, le posizioni che allora si delineavano si riducevano alle seguenti tre. In primo luogo, l’area di Senza Tregua. Considerando anche solo l’origine politica dei Collettivi padovani, appariva ai miei occhi come il più «naturale» punto di riferimento per essi. Con mia sorpresa e compiacimento – ma per ragioni che non ho mai pienamente compreso – constatavo invece continuamente un atteggiamento di critica e quasi di insofferenza verso quelle posizioni. Del resto è un fatto ormai acclarato che in Veneto il filone politico che qui indico per comodità come Senza Tregua ha una sua storia diversa e indipendente da quella dei Collettivi. Restavano le due posizioni, rispettivamente dei Collettivi autonomi romani (Volsci) e quella di Rosso. Proprio alla fine del ‘76 vi era stata la pubblica rottura della comune redazione di Rosso, con ampia motivazione politica – il che mi può evitare la fatica di riassumerne qui termini e significato. Se, come ritengo, le uniche due proposte di un qualche rilievo nazionale erano le due che ho appena detto – le posizioni dei gruppi armati in quanto tali erano nettamente fuori dall’orizzonte di questo problema – personalmente non avevo dubbi su quale opzione preferire, in che direzione spendere la mia eventuale «influenza». Non certo perché impressionato dalle fantastiche allusioni di Negri alla realtà del movimento milanese, e alla realtà di Rosso in particolare: conoscevo Negri da troppo tempo per non sapere fare la tara alla sua inguaribile tendenza all’annessione nei propri schemi mentali, e spesso nei propri desideri, del mondo intero. Ma gli elementi di valutazione in mio possesso e quel minimo di immaginazione politica necessaria in questi casi mi fornivano comunque una risposta univoca. Se vi era un’espressione politica che si sforzasse, almeno, di dare risposte all’altezza delle trasformazioni in atto all’interno del proletariato metropolitano, era quella del movimento milanese – all’esatto incrocio tra processi di ristrutturazione produttiva ed emergenza di nuove figure, bisogni e soggetti sociali. Di conseguenza, soltanto misurandosi con quel tipo di realtà e con i temi politici che ne venivano espressi, il movimento a Padova e in particolare la componente che faceva riferimento ai Collettivi, avrebbero potuto sottoporre a verifica ed eventualmente superare quelli che mi apparivano aspetti asfittici, datati, rozzamente ideologici della loro impostazione e della loro stessa iniziativa politica concreta.
Questa è, in sintesi, la posizione che assunsi pubblicamente in quegli anni, queste le ragioni per cui la sostenni e la difesi. Ma da qui ad attribuirmi un ruolo di direzione politico-organizzativa, (e persino «militare») di una pretesa organizzazione unica Rosso-Collettivi corre un abisso. In primo luogo, io non so a tutt’oggi (e tanto meno seppi allora) se e in che forme vi sia stato un collegamento organizzativo in senso proprio tra l’uno e gli altri. Vedo che nelle versioni degli stessi «pentiti» che ne parlano, lo si definisce volta a volta come rapporto «elastico» o di «coordinamento» o, all’opposto e magari poche righe più in là, come rapporto di inerenza organizzativa, il che fa una bella differenza.
Io stesso le ho ricordato, nel corso dell’interrogatorio, un passo di un documento dell’inizio ‘79, sicuramente proveniente dai Collettivi, in cui si parla esplicitamente di «battaglia politica» da condurre contro le posizioni di Rosso. In secondo luogo, quale mai ruolo avrei potuto assumere personalmente in una connessione organizzativa del genere? Chi e che cosa avrei rappresentato? Non certamente la realtà di Rosso milanese con la quale non ho mai avuto alcun rapporto, ma neppure (ed anzi, ancor meno) quella dei Collettivi padovani, la cui gelosia organizzativa era a tutti nota e alla cui storia, struttura e impostazione politica ero notoriamente estraneo. Che un qualche rapporto tra CP e Rosso tra ‘77 e ‘78 si sia stabilito è probabile: tali notizie di «schieramento» correvano veloci nel movimento ed erano in realtà notizie pubbliche a quel livello. Ma io non vi ebbi alcuna parte e alcun ruolo. Il mio interesse ad una cosa del genere era puramente politico; e dunque relativamente indifferente all’esistenza o meno di una di quelle mutevoli «alleanze» di cui la storia del movimento è piena.
In questo contesto mi pare trovino agevole spiegazione alcune emergenze processuali.

1) In primo luogo. È vero che scrissi un articolo su Porto Marghera che apparve sul secondo numero di un foglio dei Collettivi nel marzo del 1977. Che malgrado le contrapposizioni attorno alla vicenda della radio nel 76 e le divergenze generali tra loro e me mi venisse proposto di scrivere un intervento su P.M., lo interpretai ovviamente come un segno di disponibilità alla discussione e di attenzione nei miei confronti, che mi interessava non lasciar cadere. All’obiezione che da anni non mettevo piede a Marghera mi venne risposto che di rapporti in loco erano privi anch’essi e che ciò che li interessava era solo un intervento di carattere generale sul ruolo di questo polo di classe nella storia e nelle prospettive del movimento nel Veneto, l’intervento di una persona che come me aveva speso tutta la sua militanza negli anni sessanta a Porto Marghera e aveva perciò qualche titolo per parlarne.
Il fatto è che questa per me promettente apertura di discussione con i Collettivi venne in parte travolta e comunque costretta a mutare natura dalla contemporanea apertura dell’inchiesta del marzo ‘77 e dagli arresti che ne conseguirono. Sarebbe davvero fuori luogo che io esprimessi giudizi in questa sede su quell’indagine di cui lei fu istruttore e io, seppure marginalmente, imputato. Ciò che posso dire è che essa ebbe una ripercussione fortissima negli ambienti di movimento, dando via libera ad un discorso tra i più rozzi e semplicistici sulla «repressione» che rischiò di diventare (e in parte divenne) senso comune in quegli stessi ambienti. Una sorta di profezia che si autoadempie in forza della quale la denuncia della repressione «generalizzata», per provarsi vera, provoca essa stessa le condizioni di una reale accentuazione repressiva. Un meccanismo ben noto e visibile nella logica politica delle «bande armate» vere e proprie. Sebbene io allora, a torto o a ragione, non ritenessi incombente il pericolo di una qualche effettiva egemonia, influenza o capacità di attrazione sul movimento da parte di queste ultime, mi preoccupai abbastanza (anche a prescindere dal mio personale coinvolgimento nell’inchiesta) per decidere di impegnarmi completamente su questo terreno! Tra la primavera del ‘77 e quella dell’anno successivo mia unica ed esclusiva occupazione «politica» fu il lavoro per Soccorso rosso padovano. Ho già reso risposte a questo proposito, da ultimo davanti alla Corte d’assise romana e mi permetto dunque di rinviare ad esse. Salvo ribadire il fatto che quel piccolo collettivo di avvocati o aspiranti tali (gli av. Berti e Di Lorenzo, la dott.ssa Alborghetti, il dott. Vandelli) più il sottoscritto e qualche studente di giurisprudenza – così era allora composto Soccorso rosso – neppure con la peggiore volontà può essere configurato come una specie di articolazione della onnipresente Autonomia operaia organizzata.
2) Non è chiaro perché il PM non abbia mai utilizzato nei miei confronti un paio di lettere di Negri trovate tra le mie carte, provenienti, come ho spiegato nell’interrogatorio romano, da Carena in Svizzera e sicuramente databili, in base al contesto, all’inizio estate ‘77. A meno che non si tratti del fatto che esse disegnano piuttosto chiaramente la natura del rapporto tra Negri e me, in termini per nulla conciliabili con i presupposti accusatori. La più lunga e significativa di esse esordisce infatti con riaffermazione che «tutti i rapporti politici, per una ragione o per l’altra, mi sono saltati», È detto perciò a chiare lettere da Negri medesimo che egli si rivolge a me non come «contatto politico», ma come a quel vecchio amico che ero per lui, come interlocutore di discorsi, o magari di sfoghi, di carattere generale e non vincolati a precisi ambiti organizzativi, come destinatario ed eventualmente tramite dei suoi «pareri» com’egli esplicitamente li chiama, e infine come collega d’istituto, di fatto responsabile (data la sua presenza solo saltuaria a Padova) del suo andamento e delle attività culturali ad esso connesse (come la collana presso l’editore Feltrinelli).
Risposi ovviamente all’invito di Negri e mi recai a trovarlo. Ma vorrei aggiungere qualcosa a questo proposito. A Carona mi trovai di fronte una persona non solo preoccupata per le varie inchieste giudiziarie che già lo riguardavano, ma soprattutto molto inquieta – con punte di autentico scoramento – sulla possibilità che il movimento riuscisse a tenere sotto controllo le spinte alla militarizzazione e ad impedire che «passassero» politicamente in modo egemone le posizioni dei gruppi «combattenti». Può darsi che pesasse nel suo giudizio la vicenda della frattura di Rosso (che in quei mesi dava luogo alla nascita delle FCC), ma questa è una mia valutazione a posteriori, perché allora egli non me ne fece cenno: ancora una volta devo ribadire che persino notizie di questo genere – di indubbio rilievo nella storia organizzativa dell’area autonoma – erano completamente estranee al nostro rapporto.
Questo spiega, in parte, il fatto che io sottovalutai le sue preoccupazioni, o meglio ritenni che egli proiettasse indebitamente quelle di carattere personale sulla situazione di movimento; e di conseguenza mostrai anche scarsissimo entusiasmo per il progetto che egli cominciava ad accarezzare l’idea di cercare a Parigi un incarico d’insegnamento e di spostarvi progressivamente residenza e famiglia. Avevo torto. È un’autocritica che non posso non farmi e che mi faccio da molto tempo – con tanta più amarezza in quanto credo di aver pagato oltre ogni ragionevole misura quell’errore di valutazione. Ma è un fatto che praticamente fino all’esplosione della vicenda Moro della primavera successiva io vissi nell’illusione che mai e poi mai la follia politica dei gruppi combattenti vecchi e nuovi avrebbe potuto aver ragione della ricchezza e vitalità del movimento – della pluralità di forme di vita e di esperienze che la cd. «seconda società» produceva continuamente anche se in forme, spesso, «sotterranee». Nemmeno il convegno di Bologna del settembre mi aprì gli occhi. Vero è che io seguii direttamente solo la parte dedicata ai problemi di Soccorso rosso, ma probabilmente neppure l’ultimo militante sarebbe stato così ingenuo da ritenere «positivo» e «unitario» il suo esito, come ritrovo scritto nelle mie carte. Al contrario, esso segnò la fine del movimento del 77, di quello straordinario equilibrio tra nuove realtà e vecchie ideologie che lo aveva caratterizzato.
3) Mi rimane da dire della mia collaborazione a Rosso, che si svolge appunto tra autunno ‘77 e primavera successiva. Molto brevemente, perché mi pare di aver spiegato, in ogni possibile sede, termini modalità e contenuti di tale collaborazione. Non capisco in particolare perché dovrei difendermi dall’accusa, oltretutto di terza o quarta mano, di aver scritto gli «editoriali» di Rosso in quel periodo. Nei miei quaderni vi sono le minute manoscritte di tutti i miei articoli e non vi è ovviamente traccia di tali fantomatici editoriali. Al contrario, insisto ancora una volta perché vi sia finalmente: una lettura e una valutazione di ciò che ho scritto per Rosso. Cosà vi è infatti di penalmente rilevante (anche sotto il profilo dell’accusa associativa) in un articolo sulla crisi dello Stato di diritto (sett. ‘77)? O in uno di critica della doppia sentenza del Tribunale di Padova contro militanti autonomi e di Lotta continua? O di commento alla tragica vicenda di Stammheim (nov. ‘77)? O in quello contro la possibile riesumazione del confino contro gli autonomi (marzo ‘78)? O, infine, in quello in cui critico, senza minimamente prevederne l’abnorme sviluppo, le massive perquisizioni a Roma di ex-potoppini all’indomani del sequestro Moro (maggio ‘78)?
Insisto su queste domande perché ritengo che la pura e semplice lettura dei miei articoli costituisca la prova migliore della verità di quanto ho sempre sostenuto. Vale a dire che la mia collaborazione a Rosso nasce da una proposta di Negri risalente alla primavera del ‘77 ed è conseguente alla scelta da me fatta allora di occuparmi di Soccorso rosso. In sostanza io presi l’impegno, a titolo del tutto personale, di garantire al giornale dei contributi sul tema della «repressione» di cui avevo deciso di occuparmi – un impegno che sentii tanto meno derogabile dopo quanto ho appena detto sul mio incontro estivo con Negri. E fu sempre con lui (tranne in un caso) che discussi e concordai volta per volta il contenuto della mia collaborazione, sulla base degli schemi di sommario che egli via via mi comunicava.

1978-1979

Ancora qualche precisazione, per concludere, sul periodo precedente il mio arresto del 7 aprile. Si tratta proprio del periodo che inizia col proscioglimento da lei disposto, su richiesta del PM, per totale mancanza di indizi dall’accusa di esser parte a qualsiasi titolo dei Collettivi.
Non posso perciò non continuare a chiedere, dopo cinque anni di carcere, sulla base di quali nuovi indizi lo stesso PM mi incarcerò un anno dopo con la grottesca accusa di essere addirittura un capo delle BR. Per quanto abbia controllato la montagna di carte che si sono accumulate nei vari processi, non vi ho trovato nulla, letteralmente nulla, che mi riguardi personalmente, se si toglie la mia firma di redattore di Autonomia a partire dal settembre ‘78. Non posso che continuare a protestare, con tutta l’energia che mi rimane, contro questa mostruosità. Non ero, neanche allora, così ingenuo da non metter nel conto, nel momento in cui il mio nome appariva sul giornale, la possibilità di qualche disavventura giudiziaria. Non così ingenuo da potermi illudere che la copertura dell’art. 21 della Costituzione – che pure qualche rilievo dovrebbe ben avere anche in condizioni di emergenza – mi avrebbe messo al riparo da qualsiasi iniziativa della magistratura. Ma non potevo prevedere la macchina davvero kafkiana in cui mi trovo immerso da anni, e non mi resta che continuare a denunciarla.
Ho cercato di spiegare alla Corte romana i termini generali entro cui matura la nascita di Autonomia e della mia collaborazione redazionale in essa. La questione attorno a cui ruota tutto è ovviamente la vicenda Moro. Le mie illusioni del periodo precedente si tramutano, a quel punto, nell’affannoso tentativo di individuare una via d’uscita in una situazione meno sostenibile, nella necessità primaria di tenere aperto uno spazio di discussione, quanto meno l’espressione dell’esistenza di forme di movimento non omologabili alla prassi ormai scopertamente terroristica delle cd. «organizzazioni combattenti». Nient’altro che la prosecuzione, in altre forme, delle illusioni precedenti? Senz’altro, a giudicare da come le cose sono andate successivamente. Ma dovevano necessariamente andare così?
In ogni caso non vidi, allora, alternative che non consistessero in un puro, e semplice ritiro a vita privata, in una scelta di apatia politica che equivaleva, essa sì, ad un lasciar libero il campo a sanguinose scorrerie. E mi pare che proprio questo sia accaduto dopo gli arresti del 7 aprile.
Feci dunque mia la proposta di fare un giornale locale che si riferisse ad una realtà di movimento irriducibile, ai miei occhi, alle proposte di militarizzazione e clandestinizzazione che minacciavano di guadagnare terreno. Insistetti io stesso, con Vesce, perché i nomi dei redattori venissero stampati sul giornale, contro un’intera tradizione di anonimato di questo tipo di pubblicazioni. Non ignoravo affatto che parte della redazione facesse capo o riferimento ai Collettivi. Ma quella era la realtà con cui occorreva fare i conti, se non ci si voleva limitare ad una voce di pura testimonianza. Ciò non significa che io difenda per intero l’esperienza della rivista (per i pochi mesi in cui ne feci parte). È chiaro in particolare che l’equilibrio che io perseguivo tra le diverse componenti redazionali non riuscì a determinarsi – ne è una riprova l’episodio della pubblicazione dell’«editoriale» del n. 7 che avvenne nei modi che ho cercato di spiegare nell’interrogatorio romano.
Ma altro è indicare una presenza dei Collettivi nella rivista – la cosa è innegabile – altro dedurne per ciò solo la mia internità ad essi.
Il giornale rappresentava per me un estremo tentativo di tenere aperto un ambito di proposta e di discussione alla luce del sole. Un tentativo estremo e consapevole della già avvenuta chiusura di un ciclo. Tra le tante carte sequestratemi e che mai vengono utilizzate in tutti i numerosissimi luoghi in cui smentiscono le accuse, vi è, ancora una volta, la minuta di una lettera ad un amico, Christian Marazzi, scritta pochissimi giorni prima dell’arresto.
Essa si conclude con queste parole: «… tutte le nostre previsioni si rivelano sempre più giuste – dico le previsioni sulla qualità delle lotte e sulla qualità della ristrutturazione in corso a tutti i livelli. Il succo della faccenda è che non esiste, neppure come orizzonte, alcuna forma sintetica in grado di ricondurre entro una forma unitaria, anche se contraddittoria, tutto il casino: non il sistema democratico dei partiti che sta perdendo sempre più colpi, ma neppure vecchie o nuove versioni leniniste della forma-partito o d’altra parte di movement generale che qui è finito, probabilmente per le stesse ragioni che tu dici per gli Usa.» Un evidente addio rispetto ad ogni ipotesi di «partito» (non si dice di partito «combattente») ma persino rispetto ad ipotesi di centralizzazione politica del «movimento», il cui ciclo è già allora considerato concluso.
Con tutto ciò non intendo sottrarmi alle mie responsabilità. Ho ritenuto in quegli anni che l’autonomia rappresentasse l’area politica in grado di raccogliere le energie morali e intellettuali di una parte cospicua delle generazioni degli anni settanta. Oggi è naturalmente tutto più chiaro ed è facile vedere non solo i comportamenti penalmente illeciti, ma, prima ancora, gli errori politici che ne stavano a monte. A questa critica e autocritica ritengo di aver dato, anche dal carcere, il mio contributo.
Ma di quella generazione, che pure non era la mia, ho accettato da molto tempo di condividere il destino.

Carcere di Rebibbia, Roma 15.2.84

 

Pubblicata in L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione, Roma, il manifesto, 2001, pp. 185 – 202.