Archivio Luciano Ferrari Bravo

Antonio Negri: Offri un gallo a Esculapio, 2003

Ad un certo punto del 1996 LFB si è ammalato. Curatosi, nel ’98 sembrava essere tornato nelle migliori condizioni di vita. Poi, la ricaduta. Un faticoso andare e tornare fra Padova e la Svizzera, e poi le cliniche parigine. E poi una solitaria meditazione, accompagnato da Nerella. «Offriamo un gallo a Esculapio»: credo che così possa essere titolato il capitolo che ci apprestiamo a scrivere. Luciano muore, a 60 anni appena compiuti, come può morire un vero materialista. Senza patemi, perché quando ci sei tu non c’è la morte e quando c’è la morte tu non ci sei più. Senza tremori perché l’uomo saggio a tutto pensa tranne che alla morte, perché la morte è un non essere odioso, neppure pensabile. Con la sua morte Luciano ci ha garantito dell’efficacia etica del materialismo. E anche del legame tra materialismo e rivoluzione: perché cos’altro può essere il programma della rivoluzione se non quello di costruire tutte le condizioni perché l’uomo non muoia?

Luciano guardava la malattia come a un aspetto della vita, e alla vita come qualcosa che poteva produrre, nella creazione, dei mostri… Morire: come far nascere un mostro?… Da questo punto di vista la trasformazione della storia, voluta e prodotta da moltitudini di rivoluzionari, assomiglia a questo strano movimento ondulante tra la vita e la morte. «Offri un gallo a Esculapio» dice Socrate mentre sta per bere la sua cicuta. A Luciano la cicuta l’hanno fatta bere. Nessuno esce senza poterne morire da un ciclo di dieci anni di galera essendo innocente. C’è chi è responsabile della morte di Luciano, qualche odioso magistrato nascosto dietro la macchina del potere. Ma offrire un gallo a Esculapio è anche un inno alla vita, alla medicina che può rinnovarci sani, alla metamorfosi che può trasformarci in angeli, meglio, in diavoli di un desiderio di trasformazione insopprimibile. L’angelo che Luciano è, guarda, al contrario di quello di Benjamin, avanti e non indietro – guarda avanti perché questo è stato lo spirito dell’ansiosa ricerca di verità di Luciano. La verità non sta dietro, non deve essere scavata, ma sta davanti, deve essere costruita. Meglio, deve essere costituita attraverso lo sforzo comune e la lotta. Luciano ha sempre vissuto così, nella lotta e guardando avanti con speranza. La sua partecipazione al comune era intellettuale: per questo era più avanti sugli altri. Ha sempre agito nella tendenza, nel dispositivo di preformazione, di precostituzione dell’avvenire. Luciano viveva nell’a-venire. Era un mostro. Era ibridato a ciò che doveva accadere, ad un futuro che gli si rivelava, nella sua testa, come tendenza ed al quale partecipava, attivamente. Lavoro vivo. Creazione. Se c’è un cielo nel quale gli uomini onesti salgono, Luciano lo ha meritato. Egli ha vissuto la trasformazione dal moderno al postmoderno essendone unno degli interpreti più acuti e più forti. È stato uno degli uomini più intelligenti della sua generazione. Per me era un amico che guardavo intimidito. Molto spesso è stato il mio capo.

Ma ritorniamo alla metafisica di Luciano: è evidente che era una metafisica materialistica nella quale non abitavano né il dio monoteista né il politeismo borghese. Luciano era ateo, ma il suo ateismo (appreso rabbiosamente quando era allievo dai salesiani, negli anni più giovani della sua formazione) era religioso. Il mondo era per lui tutto tranne che un orizzonte vuoto, tranne che la spiaggia invernale del Lido. Per lui il mondo era una primavera e la terra un paradiso terrestre nel quale l’amore, la procreazione la gioia della comunità stavano solidamente a definire il piacere della vita. C’era in Luciano una forza tranquilla: neppure in carcere l’ho mai visto cedere. Poteva essere stanco e sfiduciato e poi, negli ultimi anni, provar timore di una morte che incombeva: mai fu disperato. Una rivoluzionaria vita tranquilla. Un cervello rivoluzionario calmo. Qualche sigaretta, qualche chiacchiera, un buon bicchier di vino… Offriamo un gallo a Esculapio.

Nel breve arco della sua vita Luciano ha vissuto la trasformazione del movimento rivoluzionario in Italia in maniera radicale. Egli rappresenta l’alfa e l’omega della linea critica del movimento: di quella forza che ha fatto le lotte e la trasformazione. Non andate a cercare dalla parte dei socialisti o dei comunisti italiani una simile esperienza: essa nasce certamente nel corpo del comunismo italiano, ma per mostrarne non il compromesso e l’ossequiosa obbedienza alle regole del sistema bensì l’anima ribelle e creativa. Il percorso di Luciano va dalla crisi dei veri comunisti contro lo stalinismo negli anni successivi al ’56 fino alla costruzione del movimento di Seattle. La sua esperienza è vincente. Guardate quali pallidi figuri e quali estenuate ideologie, quali miserabili comportamenti burocratici e quali opportunistiche conversioni producano i partiti della sinistra oggi. Avevano ragione quelli che dal ’56 avevano identificato l’anima capitalista, burocratica e opportunista dello stalinismo e di tutti gli stalinisti. Luciano fu tra quelli che fecero questa analisi. Ma, essendo allora giovane e molto intelligente, essendo ben inserito in un ambiente intellettuale ricco di promesse, fu capace di trasformare questa preoccupata saggezza in un comportamento critico e militante. Dagli anni ’60 agli anni ’90 egli rappresentò un momento continuo di riferimento per chiunque avesse voglia di non stare al gioco dell’opportunismo socialdemocratico. Luciano ne stava fuori. E man mano veniva riconoscendo che questo «fuori» era qualcosa di ontologico. Non si poteva più starci dentro perché la natura e la storia non lo permettevano. Non ci si poteva più stare dentro perché lo sviluppo storico si era divaricato. La socialdemocrazia rappresentava ormai una Unter-Menscheit. Chi si opponeva alla socialdemocrazia cresceva invece in capacità di godere e di sapere. Naturalmente questi sono discorsi che valgono per quegli esseri razionali che hanno vissuto il secolo scorso con la consapevolezza del disastro capitalista che in esso maturava, e che vogliono e sanno stare con i poveri. Raccontavano che fosse Conte, in effetti un qualche suo famigliare, da qualche parte, due secoli fa, aveva avuto rapporti con gli uffici della Serenissima che vendevano nobiltà (e c’era anche un antenato FB accanto a Daniele Manin, nella rivoluzione del ’48 a Venezia… Quanto alla mamma è prole orgogliosa di un «maestro» meccanico che per tutta la vita ha lavorato all’Arsenale). A noi ci divertiva chiamarlo Conte… Luciano fu sempre dalla parte dei poveri, perché fu sempre povero. Povero come chiunque è immediatamente disponibile a battersi per la verità e la giustizia. Ma poi Luciano fu una linea, un filo rosso, qualcosa che continuamente ci ha condotto, tra i poveri, tra gli sfruttati da una opposizione all’altra, ma sempre dentro una linea giusta, e cioè dentro una linea che non aveva più nulla a che fare con la socialdemocrazia e che aveva preventivamente liquidato ogni nesso dialettico con quella storia. Quando Luciano entrò nel movimento operaio, vi entrò assieme a quegli operai che a Budapest avevano lottato contro lo stalinismo. Poi Luciano fu sempre su quella strada che ormai non poteva più incrociarsi con la tradizione del movimento operaio. Poi Luciano fu nel ’68 dove fu prodotto un primo tentativo di costruzione dell’alternativa del lavoro vivo intellettuale. Poi Luciano fu in galera e lì la sua presa di coscienza del nemico fu definitivamente confermata, perché i giudici erano socialdemocratici e le guardie erano fascisti al loro servizio. Poi Luciano riprese a vivere nel movimento e col movimento, con quella realtà e cioè con quella speranza con le quali tutti noi conviviamo da qualche anno: il popolo di Seattle, la lotta contro il capitale globalizzato. Ma Luciano, anche in questo caso, anticipa non solo gli elementi programmatici, indicazioni tattiche, argomenti e propagande: egli esprime anche indicazioni di organizzazione, fa parte dunque del corpo vivo e profondo di questo nuovo mondo che nasce. Luciano non è morto.

 

Il presente testo è un estratto dall’ultimo capitolo del libro Luciano Ferrari Bravo. Ritratto di un cattivo maestro di A. Negri, Roma, manifestolibri, 2003, pp. 146 – 150.