Archivio Luciano Ferrari Bravo

Christian Marazzi: Preambolo per il popolo di Seattle, 2001

Per manifestolibri, “Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico”, una antologia di scritti di Luciano Ferrari Bravo. Prefazione di Sergio Bologna

CHRISTIAN MARAZZI

Invece credo di rendere giustizia a Luciano Ferrari Bravo considerandolo, non solo per dati anagrafici, uno dei fondatori di quel pensiero politico che prese il nome di ‘operaismo’ negli anni ’60 e poi nei decenni successivi perse il nome di battesimo, diventando pratica ancorata a singoli, frammentati, percorsi individuali, esistenzialmente indipendenti ma legati pur sempre da misteriosi fili sotterranei”. Con queste parole Sergio Bologna introduce la raccolta di saggi scritti da Ferrari Bravo tra il 1968 e il 2000, Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, pubblicata di recente dalla manifestolibri. Spesso mi sono chiesto cosa siano quei “fili sotterranei” che legano per una vita intera persone che hanno partecipato alla produzione di un “diverso ordine mentale”, di quel pensiero politico che chiamiamo operaismo. La domanda ha, certo, valore generale, ma con l’operaismo ci si trova a confronto con esistenze spezzate da anni di galera, rapporti politici messi a dura prova nelle aule dei tribunali, periodi di indifferenza e di emarginazione da parte dell’establishment accademico e del sistema partitico. Ma quando si legge l’insieme dei lavori di Luciano Ferrari Bravo si ha la netta impressione della continuità e dell’estrema attualità di quello sguardo politico analitico, di quel punto di vista. Di sicuro si rimane colpiti dallo spessore culturale di Ferrari Bravo a fronte del quale gran parte della saggistica universitaria fa una magra figura.
Nello stile di Luciano, così “diverso, elegante, mai urlato o apodittico”, quasi un understatement, come scrive Bologna, echeggia l’antagonismo sotterraneo, la testarda ricerca di senso per la lotta di liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento. E i soggetti politici dei movimenti globali di oggi.
Prima di lasciarsi per sempre, Deleuze e Guattari scrivono in Qu’est-ce que la philosophie?: “Cosa vuol dire amico, quando diviene personaggio concettuale o condizione per l’esercizio del pensiero? Oppure amante, non è forse amante? E l’amico non va forse a reintrodurre fin nel pensiero un rapporto vitale con l’Altro che si era creduto di escludere dal pensiero puro?” Credo che il lavoro teorico di Luciano Ferrari Bravo sia consistito nel costruire un piano di immanenza, un luogo di passaggio del pensiero che permetta di sottrarsi alla costituzione di idoli istituzionali, economici o politici. In ogni suo scritto Luciano fa emergere un “ordine provvisorio” che consente di disfarsi della tendenza a un ordine stabile e mortifero del pensiero. Nella forma, sovente, della recensione, Luciano “chiude” i dibattiti sulle questioni decisive del nostro tempo, ma chiude per aprire nuovi percorsi, nuove prospettive di ricerca e di lotta. Un modo di dare consistenza senza perdere nulla dell’infinito. “Solo degli amici – diranno sempre Deleuze e Guattari – possono tendere un piano di immanenza come un terreno che sfugge agli idoli”. Forse i “misteriosi fili sotterranei” sono proprio quella condizione per l’esercizio del pensiero che ha significato l’esperimento operaista. Chi ha lavorato con Luciano ha conosciuto l’amicizia come pensiero del rapporto vitale con l’Altro.
“Se vogliamo – posto che certamente non vi è alcun dio che ci possa salvare – continuare a sperare […] è al corpo che dobbiamo guardare – alla resistenza e alla potenza che i corpi sanno esprimere, sin nei ripiegamenti più riposti del legame sociale, alla pressione assoggettante del potere”. E’ un passaggio della riflessione di Luciano sul libro di Giorgio Agamben, Homo sacer. Un testo che bene dà la cifra del pensiero di Luciano, al cui centro c’è sempre stato il problema “materialistico” del potere. Confrontandosi con la tesi del libro di Agamben secondo cui la nuda vita, “lungi dall’essere il presupposto della vita politica (e dunque del potere politico) ne costituisce viceversa il prodotto, il risultato”, Luciano rivela a se stesso, forse prima ancora che ai suoi interlocutori, la matrice fondamentalmente materialista del suo pensiero. Siamo nel 1996. Non è poco essere fedeli al materialismo nel bel mezzo della “svolta linguistica” del capitale e della dissoluzione ormai conclusa dell’operaio fordista.

Dietro le tecnologie di assoggettamento nelle quali il Potere misura storicamente la sua efficacia con la spoliazione dei corpi umani (come il campo di concentramento, la figura che incarna, per Agamben, la forma moderna del dominio bio-politico), Ferrari Bravo non si stanca di richiamare il problema fondamentale della relazione tra le diverse forme di potere sociale e la forma del Politico. Luciano pone la questione della composizione di classe storicamente determinata, e cioè la questione dei soggetti dell’antagonismo che di volta in volta il capitale produce suo malgrado nel suo stesso grembo.
“Eppure, non è proprio il ‘luogo’ del bando, la ban-lieu, lo spazio quanto mai concreto entro il quale fa la prima apparizione una figura postmoderna di proletariato?”. E’ nelle periferie che si ritrova la cifra, non solo simbolica, di una nuova condizione umana, è in questi “non-luoghi” che si dà “concreta articolazione spaziale di una relazione produttiva: produzione e riproduzione di corpi ‘nudi’ e ‘liberi’, ma insieme sede della resistenza più accanita e della ricerca di forme alternative di comunità”. Un paio d’anni fa mi suggerì di leggere i lavori di Edward Casey, The Fate of Place e Getting Back into Place, premessa indispensabile per pensare il rapporto tra spazio e luogo dal punto di vista dell’analisi dei conflitti nel capitalismo digitale.
La questione della produttività del potere e della corporeità del soggetto antagonista Ferrari Bravo l’affronta sin dai primissimi anni ’70. Nel saggio che apre il libro, “Il New Deal e il nuovo assetto delle istituzioni capitalistiche”, egli vede lo Stato assumersi, con il New Deal rooseveltiano, il ruolo non solo di rappresentante del capitale collettivo, ma anche quello di “produttore” di un soggetto negoziale (il sindacato) con il quale rimettere in moto la dinamica della crescita economica. E sarà proprio la lotta sul salario e sul tempo di vita dell’operaio-massa che, attraversando la dimensione internazionale del capitalismo keynesiano, porterà alla crisi il compromesso sociale riformista. Il saggio “Vecchie e nuove questioni nella teoria dell’imperialismo”, pubblicato nel 1975, rende conto dello sviluppo e della crisi della regolazione imperialista. A tutt’oggi si tratta del miglior preambolo storico-teorico al dibattito sul futuro politico del “popolo di Seattle”. Un saggio in cui Luciano analizza la “rivoluzione dall’alto” del capitale (basti ricordare la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro del 1971), spaziando dalla sociologia all’economia, dal campo storico a quello giuridico e politologico.
Se il capitale da solo non riesce a far ripartire il processo di accumulazione con le proprie sole forze e quindi necessita di un soggetto negoziale, la domanda che oggi si pone è in che misura nella globalizzazione sia possibile definire una qualche dialettica riformista. C’è, può esistere un soggetto negoziale nel capitalismo globale?

A queste domande Ferrari Bravo “inizia” a rispondere con un saggio sulla sovranità di grande importanza. Per Luciano la forma della globalizzazione si dà nell’inabissarsi della distinzione paradigmatica tra un “dentro” e un “fuori” dello spazio sovrano, ciò che comporta la caduta della pensabilità stessa di alternative esterne al capitale globale. La globalizzazione interiorizza il rapporto tra inclusione e esclusione, quel rapporto che ab origine istituisce la sovranità dello Stato (“Giano bifronte ne è ancora una cifra. Un interno è distinto da un esterno, un dentro da un fuori – e in entrambe le direzioni opera la sovranità”). Lo Stato nasce cioè al plurale, come articolazione di limiti esterni (cumfinis, incontro di limiti territoriali) e di limiti interni (artificialità della costituzione formale a fronte della corporeità della costituzione materiale).
La globalizzazione mette a dura prova l’equilibrio fra questi due limiti, esterno e interno, nel senso che l’economico tende a denazionalizzare-deterritorializzare lo spazio del suo esercizio, mentre sul fronte interno il politico subisce la crisi dello Stato sociale, la crisi di quella separazione tra Stato e società che ha rappresentato il presupposto dell’esercizio della sovranità statale. “Ma proprio questo è il punto cruciale. Questa configurazione è trascinata da tempo in una crisi apparentemente senza sbocchi dal cedimento del suo asse portante, vale a dire del valore sociale paradigmatico della disciplina di fabbrica fordista. La sua erosione appare senza scampo, dopo decenni di opposizione sorda o patente, nella modalità della lotta aperta o della secessione o dell’esodo”. Il paradigmatic shift dal fordismo al postfordismo ha aperto crepe ovunque.
Esiste una sede in cui può darsi la transizione dal piano inter-nazionale a quello globale sovra-nazionale? Se lo Stato-nazione è un soggetto tra altri, se la matrice compromissoria dell’Onu ha ormai fatto prevalere la natura storicamente transitoria sull’idea originale di un ordine internazionale purgato del principio di sovranità, se la lex mercatoria delle reti finanziarie e produttive multinazionali accentua, svelandone i limiti, il ruolo di regolazione unilaterale del Fmi o dell’Omc, come può darsi una “sovranità globale”? Forse l’unica “sovranità” immaginabile si trova nell’agire della moltitudine, nella sue lotte concrete e nelle sue concrete forme organizzative.
“Individuare, o costruire, unità di misura e criteri di orientamento per le nuove mappe rimane un compito maggiore di quest’epoca”. Con queste parole Luciano “chiude” la sua perlustrazione nelle teorie più recenti sul rapporto tra sovranità e globalizzazione. Ma, come sempre, chiude per aprire. Da materialista sa che le risposte si trovano nella ricerca di senso dei movimenti di liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento. Se noi viviamo la sua scomparsa con tristezza infinita, infinito resterà il suo pensiero

Il Manifesto, 4 luglio 2001