Archivio Luciano Ferrari Bravo

Compianto per Guido Bianchini, 1998

È giusto rispettare, in questa occasione, l’antico rituale dell’eulogia, dell’elogio di chi ci ha appena lasciati. Rispettare la sua regola più profonda che non è già quella, banale, di un nihil nisi bonum, ma quella di una meditazione su ciò che di buono, e persino di esemplare, quella vita ci lascia in consegna. Perché di una meditazione sulla vita, non certo sulla morte, è fatta la saggezza – e questo nessuno lo ha saputo meglio di Guido. La sua – lunga, ricca, spesa con una generosità che era forse il tratto più bello e autentico del suo carattere – è ora davanti ai nostri occhi e chiede, non per lui ma per noi, di essere ripercorsa per afferrarne cifra e significato.

Una vita che copre l’intero arco del dopoguerra, che coincide con l’intera storia repubblicana: i suoi passaggi cruciali Guido li ha attraversati con rara passione e intelligenza.
Dalla partecipazione, giovanissimo, alla lotta di liberazione alla costruzione dal basso delle forme organizzative della giovane democrazia repubblicana. Alle nuove grandi linee di frattura politica determinatasi nell’intorno degli anni sessanta e che ha divaricato le vite di tanti da allora.

Tra i pochissimi della sua generazione, Guido allora non ha esitato a schierarsi, meglio, ad immergersi in quel mare agitato, spesso caotico, ma pieno di vita e di speranze di liberazione, Trovando la forza, lui, più anziano di tutti noi, di rinnovare alla radice il senso del suo impegno (una parola fuori corso, lo so, e forse giustamente, ma non riesco a trovarne una migliore per indicare la serietà e la continuità della sua passione politica).
E poi gli anni della crisi, anzi delle molte crisi, dei movimenti: i contrasti, le amarezze, le separazioni. Ma anche, negli anni settanta, un’intensità forse ineguagliata di ricerca e di discussione collettiva continua, quotidiana.

E poi gli anni della repressione e dell’esilio: lui, davvero il più innocente degli innocenti in quel processo che ancor oggi ci si ostina a non voler riconoscere come una brutta pagina nella storia di questo paese. Ma Guido aveva capito benissimo la posta in gioco, la terra bruciata che minacciava di seguirne per delle generazioni che certo non erano la sua. Qui, credo, ha trovato alimento la grande dignità con cui ha attraversato quella durissima prova.
E infine, gli ultimi anni, quelli del ritorno: ma in quale Itaca! Quale sconvolgimento del paesaggio sociale e politico, Credo che Guido abbia molto sofferto, e non ne faceva mistero, moltiplicando sparate e tirate, per la caduta dei vecchi segni di orientamento.

Ma poteva restarsene con le mani in mano? No di certo. Ed eccoli, Licia e Guido, di nuovo in movimento, comparire di quando in quando in Facoltà con pacchi di materiali di Amnesty da fotocopiare, con firme da raccogliere, con banchetti da allestire. Lo confesso, sciocco che non sono altro, suscitandomi qualche perplessità se non addirittura qualche senso di sufficienza. Ma come poteva combinare, mi chiedevo, la sua antica, e comune, cultura politica con l’orizzonte dei diritti umani per i quali si andava spendendo? Sciocco che non sono altro: perché Guido ci era di nuovo passato davanti con uno scatto di intuizione politica oltre che di generosità umana. Senza bisogno di pacchetti di bibliografia ragionata sulla globalizzazione, aveva percepito con le sue sensibili antenne il collasso delle vecchie forme della politica, statali e partitiche, e si era subito rivolto praticamente al lavoro sulle forme più estreme di sfruttamento, di emarginazione, di repressione,

Dunque, una vita ricca come poche altre. Non è certo possibile parlarne oggi adeguatamente. Faccio mia con convinzione l’idea di dar luogo, prima possibile, ad una occasione di riflessione e di ricordo più pacati e filtrati di quanto sia possibile oggi.

Ciò che oggi è possibile è di evocare tutti assieme la persona che stiamo piangendo, la sua complessità, vorrei dire, per un’ultima volta, la sua fisicità, riflessa nelle mille sfaccettature delle diverse esperienze di Guido che ciascuno di noi si porta dentro. Un volatile mosaico.
Vorrei allora portare adesso solo una mia piccola pietra musiva, tra le tante che sarebbero possibili. Vorrei parlare un minuto della intelligenza di Guido. Non certo di quella facoltà naturale più o meno quantitativamente misurabile e distribuita tra tutti: quanto a questo bastava conoscerlo da pochi minuti per capire quanto abbondantemente ne fosse fornito. No, mi riferisco ad una curvatura etica della sua intelligenza, che era diventata in lui seconda natura. Mi riferisco a quel saldo punto di vista a partire dal quale Guido guardava, curioso, il mondo e cercava di decifrarlo e cambiario. Un punto di osservazione «dal basso», dalla parte degli sfruttati – sissignori – degli oppressi, sissignori, dei poveri.

Qualcuno ha parlato di tratti «plebei» della sua visione delle cose.
Verissimo, purché non si confonda plebeo con volgare. Purché non si scordi il carattere addirittura raffinato della sua cultura. A chi non è accaduto di ricevere da lui l’indicazione sicura di una particolare esecuzione di una sinfonia o di un quartetto come preferibili? Chi non è stato preso da stupore ammirato di fronte alle sue traduzioni di brani classici, del suo amato Lucrezio ad esempio, che finivano in oscure rivistine? Simile in questo al suo amico di una vita, a quel Cesco Tolin, scomparso anch’egli in questo anno disgraziato. Un punto di vista in grado di dar luogo ad un metodo. Possiamo bene chiamarlo ora metodo della con-ricerca: non è un caso che uno dei suoi lavori sia stato la cura degli scritti alquatiani sulla Fiat, un punto di svolta decisivo nella formazione di Guido, mia e di tanti dei presenti. Ma è soprattutto nel quadro della discussione diretta, orale, di situazioni e contesti concreti che egli dava il meglio di sé.
Occorre aver partecipato alle interminabili discussioni, formali e informali, che hanno riempito tanta parte della nostra vita, per capire ciò che intendo dire. Con Guido si poteva star certi che sarebbe arrivato quel gesto teorico, anche a prima vista sbrigativo, che metteva da parte l’inessenziale e ti faceva vedere nitidamente il nocciolo di un problema, o che risolveva un impasse con il dislocamento del terreno della discussione, con un rovesciamento dei suoi presupposti, con un paradosso illuminante.

In questo senso è vero che la sua è stata una forma di attività intellettuale e politica fondamentalmente affidata all’immediatezza e all’oralità. Quante volte ci siamo detti che sarebbe stato necessario mettergli alle calcagna qualcuno munito di registratore per evitare di disperdere tutta quella ricchezza. Magari l’avessimo fatto.

E qualche volta, pudicamente e per scherzo, abbiamo alluso alla figura di Socrate. C’era del vero in quello scherzo: un uomo della città, in perpetuo movimento, conosciuto per ogni dove, sempre disponibile alla discussione. Ma, proseguendo lo scherzo, anche un po’ di Diogene, il «filosofo-cane», sempre in urto ruvido con la città, ma per amore della città. Pronto allo sberleffo, anche alla provocazione, come chi ha chiaro che un sapere che non afferri la tua vita nella sua interezza vale poco o nulla. Il fatto è che Guido era, per natura, refrattario al potere, alla sua necessaria ipocrisia – e non poteva impedirsi di esprimere, all’occasione, la sua estraneità e il suo disprezzo. E la città ha voluto fargli assaggiare l’aspro sapore della sua reazione, con la durezza di sempre. Ma senza ottenerne alcun cedimento e senza giungere – è amaro doverlo riconoscere in questo momento – ad una effettiva conciliazione.
Io piango oggi, con lo smarrimento di un sopravvissuto, la perdita di un fratello maggiore, di un amico dolcissimo, di un compagno fidato, Ma con un sentimento che vorrei comunicare a te, Licia, a te, Ginetta e a tutti i suoi cari: con l’assoluta, serena, certezza di aver assistito a qualcosa di così raro: la buona vita di un uomo raro. Ciao Guido, riposa in pace.

22 agosto 1998

* Testo comparso per la prima volta su L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, Roma, manifestolibri, 2001, pp. 325 – 328.