Archivio Luciano Ferrari Bravo

Cronologia del processo 7 aprile


Da “Il processo 7 aprile nelle fotografie di Tano D’Amico”, L’Arengario – Studio Bibliografico

7 aprile 1979: IL BLITZ

Il 7 aprile del 1979 una vasta operazione di polizia condotta dalla Digos si svolge su tutto il territorio nazionale (principalmente a Padova, Milano, Roma, Rovigo e Torino), e porta a decine di arresti di militanti dell’area della cosiddetta “autonomia”. Tra gli arrestati molti militanti di Potere operaio, il gruppo extraparlamentare di sinistra discioltosi nel 1973, e docenti in vista, appartenenti alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova. Gli ordini di cattura vengono firmati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero con l’imputazione di concorso e partecipazione a banda armata (Brigate Rosse) oltre all’organizzazione e direzione di Potere Operaio e di altre associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, con l’obiettivo di sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello Stato. Vengono arrestati:

– Antonio Negri, ordinario di Dottrina dello Stato dell’Università di Padova;
- Luciano Ferrari Bravo, assistente;
- Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood e della rivista Autonomia; – Oreste Scalzone, fondatore dei Comitati comunisti rivoluzionari;
- Mario Dalmaviva, esperto pubblicitario, leader torinese di Potere operaio;
- Giuseppe Nicotri giornalista de Il Mattino di Padova;
- Nanni Balestrini, poeta. 
Sfuggono all’arresto:
- Franco Piperno, professore di fisica all’Università di Cosenza;
- Giovanni Morongiu;
- Gianfranco Pancino, medico;
- Roberto Ferrari, direttore di un magazzino a Milano.
 Nello stesso giorno vengono arrestati, imputati di associazione sovversiva per “aver organizzato e diretto un’associazione denominata Potere Operaio”: Alisa Del Re, Guido Bianchini, Sandro Serafini (tutti e tre lavorano alla Facoltà di Scienze politiche all’Università di Padova); Carmela di Rocco, Ivo Gallimberti, Massimo Tramonte (impiegato libreria Calusca), Paolo Benvegnù, Marzio Sturaro.
 Sempre nella giornata del 7 aprile 1979 il Capo dell’Ufficio del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, spicca un mandato i cattura contro il professor Antonio Negri. Questi viene accusato di essere (insieme a Moretti, Alunni, Micaletto, Peci, Faranda, Morucci e altri 16) l’organizzatore della strage di via Fani e del sequestro Moro. L’eco dell’evento nel Paese è enorme. L’operazione viene presentata dalla magistratura come la mossa che ha decapitato i vertici del terrorismo.

Nella deposizione del 7 dicembre 1979 Fioroni chiama in causa gli ex leader di Potere operaio, rendendo ai magistrati una lunga e dettagliata ricostruzione di quegli anni che conferma l’impostazione del cosiddetto “Teorema Calogero”. Sulla base delle dichiarazioni rese da Fioroni si basa il blitz del 21 dicembre 1979.

21 dicembre 1979: SECONDO BLITZ

L’operazione coinvolge le procure di Roma, Padova e Milano. Quattrocento uomini della Digos sono impegnati a Milano, centinaia a Torino, Padova, Genova, Roma, Firenze e Bergamo. Tra gli arrestati:

– Mauro Borromeo (50 anni, direttore amministrativo dell’Università Cattolica);
- Francesco Cavazzeni (44 anni, prof. di Storia della Filosofia all’Università di Pavia); – Alberto Magnaghi (architetto, prof. Universitario);
- Marco Bellavista (31 anni, giornalista di Controinformazione);
- Franco Tommei (42 anni, giornalista di Rosso);
- Jaroslav Novak (32 anni, direttore della libreria Memoria);
- Giannatonio Baietta (titolare della tipografia dove veniva stampato Autonomia);
- Antonio Temil (intestatario del numero telefonico di Radio Sherwood);
- Caterina Pilenga (programmista regista della Rai di Milano).

30 marzo 1981: CONCLUSIONE DELLA FASE ISTRUTTORIA

Il 30 marzo 1981 si conclude a Roma la fase istruttoria, durata quasi due anni. In tutto vengono rinviate a giudizio 71 persone, 12 delle quali accusate di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”.

7 Marzo 1983: INIZIO DEL PROCESSO

Il 7 marzo, finalmente, il via al processo vero e proprio. Si replica e si sconta uno scarto abissale tra la serietà delle accuse e l’atmosfera dell’aula. Il bunker del Foro Italico è presidiato anche da un mezzo anfibio e da elicotteri che volteggiano nel cielo. I metal detector all’entrata captano qualsiasi oggetto metallico. I giornalisti, la Rossanda, la Tornabuoni, Graldi, registrano le prime schermaglie processuali.

Il processo è, bisogna riconoscerlo, noioso. Gli unici spunti utili per la cronaca vengono dalle audizioni degli imputati di maggior spicco.
Il primo grande imputato a rispondere alle domande dei giudici è Luciano Ferrari Bravo.

11 maggio 1983

Viene interrogato Emilio Vesce.

25 maggio 1983. VIENE INTERROGATO TONI NEGRI

“Negri racconta la sua verità su Autonomia” titola il Corriere in prima pagina il giorno seguente. – «Non ho nulla da spartire con i truci rappresentanti del terrorismo»”, è il sommario.
L’articolo dedica all’imputato un ritratto e poi via con il collage di citazioni e degli scambi di battute con il presidente della Corte. «Negri – conclude Marco Nese – ha fatto un monologo di un quarto d’ora che qualcuno ha definito “una lezione del professore sul ’68. Altri, più maliziosi, hanno parlato di “primo comizio” (Negri è candidato alle prossime elezioni nelle liste radicali)».

26 maggio 1983. SECONDO INTERROGATORIO

Molto più interessante e vivace la seconda giornata di interrogatorio. Le domande dei giudici portano Negri a ricostruire i contatti con Giangiacomo Feltrinelli e con Renato Curcio. “Negri: i miei colloqui con Feltrinelli e Curcio”, titola il Corriere a pagina due. Nel sommario un sunto dell’interrogatorio: “Il docente, rievocando i rapporti con l’editore, ha parlato del suo impegno per la cultura di sinistra – «Eppure non è morto di cultura», ha ribattuto il presidente Santiapichi – «Proponeva di passare direttamente alla lotta armata, una visione dalla quale ero lontanissimo – ha continuato l’imputato – solo un matto può andare a mettere una bomba a un traliccio»- Quando nel ’73 i brigatisti dissero che era necessario l’attacco allo Stato «le nostre strade si separarono»”.

Nese registra un nervosismo maggiore da parte di Negri, le sue risatine che intercalano le frasi più significative, le interiezioni come «Oh, Gesù, Dio» e i battibecchi con i giudici («Ma se fossi un brigatista glielo direi» esclama Negri).

1 giugno 1983: SETTIMA UDIENZA DI NEGRI

La settima udienza Negri è piuttosto accesa. “Negri insulta i pentiti e cita Brecht”, è il curioso titolo dell’Unità che accosta due fatti non molto uniformi. Criscuoli riporta un resoconto quasi stenografico di alcuni scambi di battute tra Negri e il Presidente e vi aggiunge in testa una rassegna degli insulti distribuiti da Negri ai testi: «Borromeo, Borromeo…me lo sono rivisto qui dopo sette anni come il fantasma cretino di una persona viva […] Fioroni è un maniaco, un agente provocatore, un poveraccio».

26 Giugno 1983: TONI NEGRI VIENE ELETTO PARLAMENTARE

Toni Negri si candida per il Partito Radicale alle elezioni politiche, viene eletto parlamentare con 15.000 preferenze ed esce dal carcere.

13 settembre 1983: IL PARLAMENTO CONCEDE L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE CONTRO TONI NEGRI.

Su richiesta della magistratura, il parlamento concede l’autorizzazione a procedere e quella all’arresto per Negri che però nel frattempo è espatriato in Francia per sottrarsi al ritorno in carcere. Il caso suscita grandi polemiche anche all’interno dell’area di Autonomia. Quasi nessuno, tra i Radicali e i coimputati del 7 aprile, approva la fuga di Negri, interpretata come atto di codardia.

12 giugno 1984: SENTENZA DI PRIMO GRADO

Il 12 giugno 1984 viene emessa la sentenza di primo grado del troncone padovano. Due imputati vengono dichiarati non punibili dalla corte in cambio della loro cooperazione; 13 sono assolti per insufficienza di prove e 1 con formula piena; 34 vengono ritenuti colpevoli unicamente di reati “associativi”; 21 colpevoli di reati specifici.

La pubblica accusa afferma che non c’erano prove sufficienti per sostenere l’accusa di insurrezione armata e chiede alla corte di ritirarla.
La durata delle condanne detentive va da 1 anno e 4 mesi a 30 anni, la pena assegnata a Negri per il quale l’accusa aveva chiesto l’ergastolo. Negri viene riconosciuto colpevole di vari reati: dal concorso nell’omicidio del brigadiere

Lombardini (rapina di Argelato), all’omicidio di Carlo Saronio, al tentato sequestro Duina, a vari reati minori come furti e attentati e infine di banda armata e associazione sovversiva. Tra gli altri imputati “eccellenti”: Oreste Scalzone viene condannato a 20 anni, Luciano Ferrari Bravo ed Emilio Vesce entrambi a 14 anni per associazione sovversiva e banda armata.

8 giugno 1987: SENTENZA DI APPELLO

L’otto giugno del 1987 la corte d’assise d’appello pronuncia la sentenza di secondo grado (…). Si procede a una considerevole riduzione di pena per tutti gli imputati. Vengono assolti tra gli altri: Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Lucio Castellano, Paolo Virno, Alberto Magnaghi, Jaroslav Novak, Giuseppe Nicotri e altri. Questo il dispositivo che riguarda il professor Antonio Negri: «La Corte lo assolve dal delitto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato perché il fatto non sussiste; lo assolve dai delitti di sequestro e omicidio Saronio ed occultamento di cadavere; lo assolve dal tentato sequestro Duina e reati connessi; lo assolve dall’introduzione nello Stato di esplosivo, dal furto in danno di Seguso. Concede le attenuanti generiche per gli altri reati e riduce la pena a anni 12 di reclusione» (citato in Repubblica, p. 16, 9 giugno 1987). Negri viene comunque ritenuto colpevole di concorso nella rapina di Argelato nel corso della quale perse la vita il brigadiere Lombardini, di banda armata e associazione sovversiva.

5 ottobre 1988: CASSAZIONE

La Cassazione conferma la sentenza d’appello del 1987.

1 luglio 1997 – 2003: RIENTRO IN ITALIA

Nel 1997 Toni Negri rientra volontariamente in Italia per finire di scontare la sua pena. Nel 1999 ottiene la semi-libertà. Gli ultimi anni li sconta fra il carcere di Rebibbia e la sua casa di Trastevere, fino alla primavera del 2003.

 

Da “Il processo 7 aprile nelle fotografie di Tano D’Amico”, L’Arengario – Studio Bibliografico, 2010. Parte del materiale era già stato pubblicato per Carmilla online a questo link