Archivio Luciano Ferrari Bravo

Giorgio Moroni: Schivo conferenziere, 2001

Luciano Ferrari Bravo nei primi anni Settanta – è quello che penso mentre sono in macchina con Flaviano e Nando tutti diretti a Levante – aveva l’aspetto del moschettiere: i capelli a tendina sui baffi folti energicamente massaggiati dai polpastrelli nervosi, l’atteggiamento generoso e pieno di slancio. Un moschettiere fine e discreto, un D’Artagnan piuttosto che un Porthos; ma senza guasconate e romanzi di cappa e spada. Nell’agosto del 1972 in un’aula di Scienze Politiche a Padova trai i fondatori dell’Autonomia operaia era il più umanamente rilassato. Nel 1983 (mi pare) a Fossano, dov’era stato temporaneamente confinato dopo lo sciogliersi delle parti del teorema accusatorio che lo riguardava, lo rincontrai, gentiluomo delle azioni nobili e belle, dopo che pagine e pagine di stupidi verbali piene di inutili intercettazioni e pedinamenti ci avevano curiosamente accumunati. Oggi, grazie anche all’invito di Massimo, lo sto per incontrare di nuovo a Chiavari, nella Sala della Croce Verde. La sua mano è calda, mi saluta con un «ciao vecchio» come sempre.

Forse stava aspettando proprio noi, perché dopo averci salutati dà inizio alla sua conferenza su «Sovranità e territorio». Cita con la sua consueta modestia, nella presentazione, il suo «maestro» Toni Negri.

Sottolinea il carattere storico e quindi provvisorio della territorialità come componente costitutiva della convivenza umana e della sovranità statuale. Le relazioni umane non sempre hanno avuto un rapporto organico con il territorio. Il nomadismo, ad esempio. Lo stesso problema curdo diventa un problema solo quando nasce lo Stato nazionale turco. Il medioevo presenta senz’altro altre forme di rapporto con la territorialità assolutamente non esclusive: certo che esistono territori, ma sono innanzitutto aree di diritto consuetudinario. Le signorie non sono legate ad alcun territorio, sicché nel giro di qualche secolo e fino a oggi dinastie tedesche regneranno in Inghilterra e danesi in Grecia. La Lega Anseatica giungerà a vincere delle guerre senza un territorio di appartenenza apprezzabile. Poi c’è il caso della Chiesa, dove il potere temporale è storicamente sovraterritoriale. Anche l’Impero non aveva confini, ma frontiere, linee indeterminate.

È solo a partire dalla metà del Seicento (pace di Vestfalia, 1648) che prende forma materiale quella che fino ad allora era un’astrazione. Nasce allora lo Stato che è uno e trino, astratta combinazione e sovradeterminazione di governo, popolo e territorio, uno spazio disciplinare consentito proprio dall’esistenza di confini. Lo Stato è quindi il risultato di una costruzione, è la realizzazione di un’ipotesi assolutamente imperfetta, basti pensare all’attribuzione del concetto di territorialità al mare (res nullius o res communis), o alla necessaria invenzione del concetto di extraterritorialità per le ambasciate, per tacere delle sciagurate invenzioni dei cartografi di Versailles dopo la Prima guerra mondiale.

Oggi però la crisi delle territorialità di tipo statale ci appare irreversibile, assistiamo a un processo di «unbundling» delle territorialità che produce sussulti violenti e sanguinosi. Questo scenario è esattamente allineato con l’attuale struttura del mondo produttivo, che è virtuale, ontologicamente deterritorializzata, priva di categorie spaziali; oggi semmai siamo in presenza di un processo di riterritorializzazione delle reti in alcune megalopoli.

Che cosa sta accadendo? Più che al passaggio da una vecchia egemonia a una nuova egemonia del mondo, che dovrebbe porsi «hobbesianamente» contro la cronica anarchia delle cose del mondo, siamo di fronte alla creazione di uno Stato Mondiale.

I continui esercizi di polizia internazionale cui stiamo assistendo presuppongono un governo mondiale, e un governo mondiale ha l’autorità per bandire dalla comunità, può escludere e condannare altri Stati. La continua costruzione dello Stato di eccezione serve a produrre le nuove regole che reggeranno il nuovo edificio secondo la logica dell’autoasservazione. La nuova costruzione, e Luciano si avvia a concludere, agirà «lockianamente» in un rapporto dialettico tra le società civili del mondo, secondo linee costituzionalistiche.

Ciò può consentirci una lettura di ciò che sta accadendo in Kosovo e in Serbia. Nessuno può negare la pulizia etnica, ma tutti gli Stati sono nati sulle pulizie etniche, e in particolare gli Stati Uniti d’America, e la purezza etnica produce l’esigenza di nuove purezze. L’operazione di polizia internazionale, che qualcuno si ostina a chiamare guerra, è una delle prime gesta dello Stato Mondiale in via di formazione. Ovviamente il processo sarà contradditorio, mille volte gli Stati nazionali si rivolteranno contro il loro destino e sembreranno imporsi; le stesse piccole patrie aggressive dell’Est europeo sembrerebbero ancora oggi dimostrare la perdurante vitalità dell’idea di Stato nazionale.

Luciano ha concluso. Massimo a questo punto deve aprire il dibattito (è sorprendente il gelo che ancora oggi provoca dentro di noi e ovunque attorno questa maledetta espressione) ma prima vuol dire qualcosa su Luciano e quasi si emoziona: «Ci sono motivi particolari per me oggi nell’introdurre Luciano…», si commuove e parla di «umanità e intelligenza» di «caso unico tra i tanti» Mi sento di condividere.

A cena, dopo il dibattito, parliamo a lungo. Gli chiedo notizie su alcuni compagni di Padova che avevo conosciuto nel 1976 e 1977 e su Radio Sherwood. Parliamo anche di altre persone che abbiamo frequentato. È incredibile quanto Luciano sia sereno e distaccato nelle sue valutazioni su fatti e persone che in qualche caso ci hanno attraversato la vita con un impatto di un Tir. Io sono così carico di risentimento, e lo ero così tanto di meno allora. Mi rendo conto che di molte delle persone che ci troviamo a citare assieme non ho dimenticato una sola di quelle frasi o di quegli atteggiamenti che ai miei occhi le hanno definite e qualificate in modo pressoché definitivo, un’istantanea che vale, perché negarlo, un giudizio inappellabile. Queste persone sono in genere giornalisti o consulenti, e alcuni di loro sono anche miei amici. Luciano mi dice: «Ma va là che Lotta Continua è stata la cosa più bella di quegli anni».

*Il presente testo è comparso la prima volta su Rivista DeriveApprodi, 20, 2001