Archivio Luciano Ferrari Bravo

Globalizzazione: convergenza o integrazione? – 2001

thumbnail of Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, 2001

GLOBALIZZAZIONE: CONVERGENZA O INTEGRAZIONE? Saggio comparso per la prima volta su L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, Roma, manifestolibri, 2001, pp. 353 – 362.

Il testo che qui presentiamo, intitolato “Globalizzazione: convergenza o integrazione?”, è probabilmente uno degli ultimi scritti di Luciano Ferrari Bravo. Pubblicato nella raccolta postuma dei suoi lavori, Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico (Manifestolibri, 2001), vi figura come “inedito” non datato. È evidente tuttavia l’assonanza di temi e problemi con altri due scritti, anch’essi inclusi nel volume: “Sovranità”, uscito nel primo numero della rivista “Posse” (del 2000) e la voce “Federalismo”, scritta per il Lessico postfordista curato da Ubaldo Fadini e Adelino Zanini per Feltrinelli (2001). Letti congiuntamente, questi interventi sono ben rappresentativi dello stile e dell’orizzonte della ricerca di Luciano nella seconda metà degli anni Novanta. Con eleganza e grande capacità di leggere nel lungo periodo la storia del presente, Luciano si accostava alla “globalizzazione” senza lasciarsi incantare dalla gran mole di letteratura che sull’argomento era si era accumulata a partire dall’’89. Ma era netto da parte sua il riconoscimento del cambiamento paradigmatico, ovvero – come scriveva nel saggio su “Sovranità” – di “un mutamento del quadro metateorico degli assiomi e delle condizioni di pensabilità dei fenomeni medesimi che la globalizzazione mette in gioco” (Dal fordismo alla globalizzazione, p. 341). Quest’ultima gli appariva come “la forma – l’unica forma possibile – in cui un regime produttivo e di ‘controllo’ postfordista possa venire in esistenza” (p. 339): vana era dunque, per Luciano, la semplice difesa del “grande compromesso sociale postbellico” (p. 338). Nuovi scenari si erano aperti, e in questi nuovi scenari occorreva prima di tutto aggiornare le “armi della critica”: i tre articoli che si sono menzionati muovono precisamente in questo senso, allestendo una serie di prolegomeni di carattere storico-concettuale e metodico. Chi lo ha conosciuto e frequentato in quegli anni ricorda l’iniziale prudenza di Luciano anche di fronte alle teorie della globalizzazione che più lo affascinavano – come quella presentata da Michael Hardt e Toni Negri in Impero (2000) – e la sua insistenza sulla necessità di un lavoro preliminare come quello che questi testi limpidamente esemplificano.

“Globalizzazione: convergenza o integrazione?” reca le tracce dell’insegnamento universitario nella Facoltà di Scienze Politiche di Padova, ripreso dopo i lunghi anni di incarcerazione seguiti all’arresto, il 7 aprile 1979. Il tema della comparazione nella scienza politica, in particolare, lo aveva lungamente occupato. Ma nel ragionare sullo scarto tra convergenza (ovvero progressivo svanire delle differenze tra territori e Stati, “verso un qualche stato uniforme”) e integrazione (ovvero articolazione e comando dei processi produttivi, con implicazioni essenziali per lo stesso sviluppo politico), Luciano riprende il filo di uno dei suoi lavori più importanti, ovvero il lungo saggio del 1975, “Vecchie e nuove questioni nella teoria dell’imperialismo” (anch’esso si può leggere in Dal fordismo alla globalizzazione). La riflessione che aveva svolto in quella sede, di grande originalità, seguendo il filo della categoria marxiana di “mercato mondiale” – da distinguere dal piano dei rapporti economici “internazionali” – lo predisponeva a cogliere nella globalizzazione “un processo generale di concentrazione di potere non centralizzata (cioè con un diverso andamento di due dimensioni già distinte da Marx nell’analisi della accumulazione)”, come scrive nella voce “Federalismo” (p. 351). Erano così indicati i tratti fondamentali di uno schema di analisi della globalizzazione estremamente flessibile ed efficace, che consentiva di collegare le trasformazioni della sovranità con quelle dei processi produttivi e della composizione del lavoro vivo. E se Luciano non aveva dubbi sul fatto che nella transizione inaugurata dalla globalizzazione gli Stati avrebbero continuato a svolgere ruoli di primaria importanza, altrettanto certa era la sua consapevolezza del fatto che fosse l’“insieme delle forme a noi note di democrazia” – il “suo stesso concetto” – a essere investito con una violenza non arginabile dalla “crisi di destabilizzazione” determinata dalla stessa globalizzazione (“Sovranità”, p. 343).

Scritto nel crepuscolo dell’era clintoniana, di fronte a una globalizzazione assai diversa rispetto a quella contemporanea e mentre in Italia si preparavano le mobilitazioni contro il G8 del 2001 a Genova, questo scritto di Luciano mantiene una sua attualità a distanza di molti anni proprio per la duttilità dello schema interpretativo proposto. È del resto, lo ripeto, un buon esempio dello stile di lavoro intellettuale del suo autore, della sua raffinatezza e perfino dei suoi indugi. Della pacatezza con cui scriveva, concludendo l’articolo sulla sovranità, che a discriminare tra le varie ipotesi lì analizzate “rimane pur sempre il criterio della loro adeguatezza a fornire di senso la prospettiva della liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento. Questa, oggi come ieri, rimane la buona domanda” (p. 344). E sì, è proprio così.

Sandro Mezzadra