Archivio Luciano Ferrari Bravo

Interrogatorio (1983) 

Pubblichiamo qui la trascrizione dell’interrogatorio di Luciano Ferrari Bravo del maggio ’83, già ripresa in Dal fordisimo alla globalizzazione.

PRESIDENTE: Ferrari Bravo, lei ha le imputazioni che le sono state contestate con il decreto di citazione. Ovviamente anche lei ha diritto di non rispondere alle nostre domande, ovvio è anche il mio richiamo a questa sua facoltà.

LUCIANO FERRARI BRAVO: Intendo rispondere.

P: Lei indubbiamente ha vissuto una certa esperienza nell’arco dell’Università di Padova ed ha scritto – credo che sia sua – una vecchia monografia sulla questione meridionale che mi è capitata una volta tra le mani. Ha scritto parecchio, diciamo, su questo movimento. Le parrà strana questa mia richiesta, ma a me pare propedeutica prima di andare avanti con qualunque altro discorso. Noi abbiamo una serie di spaccati sull’autonomia, eccetera, dall’esterno, cioè abbiamo elementi, potrei dire bibliografici, dallo stesso atteggiamento tenuto dagli imputati – che io non censuro – nel corso dell’istruttoria, ma nel processo noi non abbiamo una voce che esponga il punto di vista dell’imputato su questo movimento del quale l’imputato, per questo o quel periodo, questo non m’interessa, ha fatto parte. Di guisa che per capire le singole posizioni, potrebbe anche essere utile. Lei probabilmente è una persona adatta per farlo, potrebbe essere un approccio di carattere generale su questa problematica. Lei sa benissimo che nell’ordinanza di rinvio a giudizio non si parla di continuità con il terrorismo, alle volte si parla di supremazia sul terrorismo, altre volte i termini sono diversi. Cerchiamo allora di avere dall’interno una spiegazione del fenomeno dell’autonomia da parte dell’imputato. Ripeto, tutto questo perché nel processo, dall’atteggiamento tenuto dagli imputati non c’è stata la possibilità di raccogliere una testimonianza diretta su questo. Potrebbe essere interessante cercare di capirci quando parliamo linguaggi diversi. Se ritiene di farlo lo faccia, in base alla sua esperienza.

LFB: Lei mi invita ad un’operazione non semplicissima perché parlare di autonomia in generale …

P: No, io parlo della sua esperienza in autonomia: che cos’era e in che cosa si è risolta.

LFB: Io avevo capito che lei avesse colto un atteggiamento di pura negativa nel corso dell’istruttoria e che in effetti per quel che mi riguarda, ad esempio, vi è stata, ma che si giustifica semplicemente con il fatto che essendo io raggiunto da accuse di costituzione di banda armata e di costituzione di associazioni sovversive, insurrezione armata, devo prima di tutto tenere presente che sono un imputato e difendermi dalle accuse. Io credo che la cosa più utile da fare, per quel che mi riguarda, in relazione alla mia vicenda con la possibilità eventualmente di allargare un po’ il discorso, la prima cosa da fare è quella probabilmente di suddividere questo arco estremamente ampio di anni che viene preso in considerazione dal capo di imputazione. Un arco eccezionalmente lungo per un processo penale: dal ‘71 al ‘79. A me pare che si possa intanto identificare almeno due o tre sotto-periodi, il primo riguarda Potere operaio – questo è il termine dell’accusa – dal ‘71 al giugno ‘73, assumendo Rosolina come dato finale, terminale di Potere operaio; un secondo periodo potrebbe essere quello che va dallo scioglimento, dalla fine dell’esperienza di Potere operaio, all’intero ‘75, non fosse altro che per la ragione che almeno in questo processo è il periodo nel quale vengono commessi reati strumentali giudicati in questa sede; poi, un periodo finale che va dal ‘76 al 7 aprile del ‘79.
Come del resto ho già affermato in istruttoria, per quel che riguarda Potere operaio, io in realtà ho ben poco da dire nel senso che prima della data dalla quale si fa partire l’esistenza di Potere operaio (un anno, un anno e mezzo prima) come associazione eversiva o come banda armata, io avevo cessato di fatto una militanza che viceversa avevo tenuto precedentemente, anzi una militanza che, per quel che mi riguarda, fonda addirittura in una esperienza molto prolungata in tutti gli anni ‘60, che ha inizio nei primissimi anni ‘60 e che si svolge sostanzialmente sue due piani. Da una parte con la partecipazione alla vita di una serie di riviste e giornali (Quaderni rossi, Classe operaia, Potere operaio), dall’altra con una intensa militanza in un gruppo politico che faceva lavoro politico, come si diceva allora, essenzialmente nell’ambito di Porto Marghera, lavoro diretto a costituire elementi di auto-organizzazione operaia secondo una serie di ipotesi teoriche che erano intrecciate al lavoro delle riviste e dei giornali di quell’epoca. Perciò io ho partecipato per anni a questo lavoro politico con molti compagni, con alcuni compagni in particolare con Negri che ho conosciuto all’inizio degli anni ‘60, spalla a spalla, ed ho partecipato anche al processo di formazione di Potere operaio quando all’interno di quel periodo di altissima conflittualità, di espansione di movimento che è stato il ‘68 e il ‘69, Potere operaio si è venuto formando quasi più per una necessità di logica interna, di differenziazione interna di movimento che per una scelta vera e propria, nel senso che Potere operaio nasce come gruppo dotandosi di un giornale, dandosi almeno una tendenziale struttura organizzativa in conseguenza di una spaccatura che avviene a Torino in un’Assemblea di movimento e che determina la nascita contemporanea, si può dire, per divisione di Lotta continua da una parte e Potere operaio dall’altra. Io partecipo a Potere operaio perché è quello che avevo fatto anche negli anni precedenti, sia pure soltanto nella situazione veneta – tra Padova, Marghera e Venezia, diciamo – collaboro al giornale, sono presente al primissimo convegno che si è tenuto di Potere operaio nel gennaio del ‘70, ma poi in quel giro di mesi, per una serie di ragioni che ho già fatto presenti al giudice istruttore, a suo tempo – per ragioni essenzialmente di carattere personale: ho auto una seconda figlia nel dicembre del ’69, una figlia precedente nata nel ’63, mia moglie voleva giustamente continuare ad insegnare – … perciò quel tipo di intensa partecipazione al lavoro politico, l’andirivieni alle riunioni e ai convegni nazionali, l’andirivieni tra Padova e Marghera per partecipare alla vita di questo collettivo, di questo comitato operaio, e via dicendo, mi era sempre più difficile, addirittura impossibile. In quel momento, inoltre, io avevo il bisogno di concludere quella ricerca a cui lei ha fatto cenno e perciò sentivo, semplicemente, la necessità di prendermi, per così dire, qualche mese, un certo periodo di distanza dal lavoro politico. Semplicemente lo comunicai a Negri – siamo colleghi nella stessa facoltà, anzi io sono assistente e lui è cattedratico – e agli altri compagni che gravitano intorno a Potere operaio, la mia decisione di tirarmi da parte pregandoli di considerarmi per un certo periodo fuori dalle cose. Non vi era alcuna ragione di dissenso politico, non vi è stata una rottura politica e non avevo neppure da affrontare discussioni o cose del genere, non avevo nessuna ragione di pubblicizzare una decisione che era puramente personale: ero perfettamente certo che la cosa sarebbe stata nota nell’ambiente nazionale di Potere operaio perché smisi di essere presente fisicamente nella vita del gruppo. Non ho partecipato ad alcun convegno di Potere operaio né a quello di Roma, né è a quelli successivi né a quello di Rosolina, non sono presente in alcun ambito di direzione del gruppo.

[…]

P: Veniamo a dopo.

LFB: Il discorso si fa ancora più semplice e se è possibile più evidente per la fase successiva, gli anni dallo sciogli mento di P.O., del convegno di Rosolina a cui non ho preso parte come a nessun altro convegno di P.O., fino al ‘75 – uso questa data semplicemente per scadenzare questo periodo altrimenti è troppo lungo -. Anche negli anni che seguono lo scioglimento di Potere operaio, io continuo quella scelta che avevo fatto e nella quale mi trovo in qualche maniera costretto alla lontananza da qualsiasi percorso di movimento: di puro e semplice ritiro a vita privata, di una vita dedicata in qualche maniera alla ricerca e a problemi di carattere familiare. Non è una cosa di cui mi vanti in maniera particolare, anzi personalmente ho ricavato la conclusione di …. anni di vita ritirata semmai non sono stati di autocritica sul carattere del tutto illusorio di questo sottrarsi al destino collettivo di una generazione o un giro di compagni con cui si sono fatte alcune scelte: è un fatto però – sono costretto a dirlo, a riferirlo visto che sono accusato di reati che lei ha ricordato – che per tutti gli anni che vanno dal ‘70 al ‘75 compreso, io non sono presente, in particolare di questi di cui sto parlando ora, tra il ‘73 e il ‘75, in alcun modo, in alcuna riunione né privata né pubblica né a Milano né a Padova né in alcun altro posto, né sono presente – visto che mi è stato ricordato questo elemento – al convegno di Preganziol perché l’appunto a cui lei fa riferimento, che mi pare sia stato utilizzato dal dottor Calogero in altra inchiesta a Padova.

P: Nella requisitoria si parla di questo.

LFB: Nella requisitoria. Ovviamente è un elemento che non mi è stato contestato né dal dottor Calogero, che non poteva farlo, né dal giudice Amato che ho visto l’ultima volta il 18 luglio del ‘79, e non è affatto un appunto della dottoressa Dal Re – una collega dell’Istituto di Scienze politiche – che riguardi il convegno di Preganziol a cui io non ho preso parte: è semplicemente un appunto di una ricerca fatto nella facoltà di scienze politiche con intestazione «Ferrara-Preganziol» perché vi erano studenti di Preganziol che si erano fatti vivi nell’Istituto, così come era per Ferrara, su un’ipotesi di ricerca che francamente neppure ricordo quale fosse.

P: È mia intenzione acquisire in copia questo documento perché non è agli atti. La pregherei di essere più preciso su questo punto. Lei dice che si trattava di una traccia per una ricerca?

LFB: No, degli appunti di una riunione di ricerca a cui erano presenti studenti di Preganziol e studenti di Ferrara. Posso dirle questo perché, avendo letto anch’io la requisitoria del dottor Calogero, ho voluto controllare questa circostanza perché non ricordavo assolutamente.

P: Non era uno schema di intervento?

LFB: No, no. Comunque se lei ha deciso di acquisirla, potrà controllare: erano appunti di interventi fatti in una riunione, interventi in ambito di ricerca, basta leggerli.

[…]

LFB: Nel ‘76 faccio radio Sherwood ed esaurisco questa esperienza con l’entrata in funzione della radio che, del resto, ancora oggi trasmette e funziona, mi pare che non vi sia nulla di illecito nel costituire una radio. Nel ‘77 cominciano, in realtà, i miei guai con la giustizia, nel senso che nel marzo del ‘77 vengo raggiunto, come altri colleghi (Negri ed altri colleghi dell’Istituto), da una comunicazione giudiziaria della Procura di Padova che ipotizza il reato di associazione per delinquere, accusandomi e ipotizzando che io fossi un dirigente dei collettivi politici qualificati allora dalla Procura come, appunto, associazione per delinquere. Contestualmente a questi avvisi di reato, a questa comunicazione di reato, vi è una serie di arresti, questo accade il 21 marzo del ‘77. Vengono arrestati una quindicina, non ricordo esattamente il numero, di giovani alcuni dei quali conoscevo: alcuni erano studenti della facoltà. Sicché io mi trovo davanti a questa situazione per certi versi nuova, certamente la cosa più importante che avviene nella primavera del ‘77 non è la comunicazione che ricevo: la primavera del ‘77 è l’esplosione del movimento del ‘77, è la presenza massiccia sulle piazze, anche importante per certi versi perché fin dall’inizio è una presenza che mostra la circolazione di armi e via dicendo, che pone, a mio modo di vedere, enormi problemi politici perché pone sul tappeto, in maniera molto dura e clamorosa una serie di questioni che erano venute, evidentemente, maturando negli anni precedenti di cui io avevo colto qualche segno soprattutto nell’anno precedente lavorando alla radio, cioè tutta una trasformazione di comportamenti, l’emergenza di una serie di atteggiamenti, di bisogni, una serie di tematiche relativamente nuove per lo meno per me che avevo abbandonato la politica negli anni precedenti. Nel ‘77, in questo contesto piuttosto convulso, mi trovo fiondato, per così dire, immediatamente all’interno di una inchiesta che vede molti arresti, che vede incriminato, almeno potenzialmente, praticamente tutto il seminario di Scienze politiche nel quale io lavoravo (con Negri, la dottoressa Dal Re, il dottor Bianchini, il dottor Serafini). Sicché, reagisce a questa cosa. Comincio ad occuparmi, e mi occuperò per tutto l’arco della durata dell’istruttoria, dell’attività di Soccorso rosso padovano che era un ambito di lavoro essenzialmente formato da avvocati che difendevano in processi di tipo politico, ad uno di questi ho chiesto l’esclusione come testimone, l’avvocato Berti che era un mio vecchio compagno di università che aveva difeso in molte circostanze clamorose – almeno a Padova – obiettori di coscienza, aveva difeso un giovane studente l’anno precedente in relazione alla prima applicazione della legge Reale che avvenne proprio a Padova su iniziativa del sostituto Calogero.
Io, tra il ‘77 e la primavera del ‘78, sono all’interno di una istruttoria che mi riguarda come imputato. Istruttoria che si conclude nel maggio ‘78 con il proscioglimento per assoluta mancanza di indizi, su parere conforme del procuratore, dottor Calogero. È questo un primo fatto che, se mi consente signor Presidente, vorrei sottolineare perché nel maggio del ‘78 il sostituto procuratore di Padova, dottor Calogero, dichiara egli stesso, afferma che non sussistono neppure gli elementi per ipotizzare un giudizio in ordine all’accusa di associazione per delinquere per la quale era stato avvisato.

P: Desidererei puntualizzare qualcosa. Io ho qui la sua agenda (non mi piace indagare nei fatti privati della gente … ma faccio questo mestiere) e qua e là trovo, a proposito di S.r. che dovrebbe essere Soccorso rosso, l’evidenziarsi di un dibattito, la messa in rilievo – come direbbe qualcuno – di un dibattito. Ad esempio, si dice: «una visione statica, strumentale, riduttiva dell’unità del movimento, tra parentesi, si è confrontata a Bologna e dopo Bologna con una visione dinamica ed espansiva, un duro scontro opposto; chiusa, quando gli torna comodo, l’unità del movimento come fatto formale e vagamente ricattatorio, sostanzialmente opportunista a chi non si accontenta del momento così com’è». Ad un certo punto, in questo contesto, noi abbiamo affermazioni che alle volte richiamano il cosiddetto partito degli avvocati, alle volte – mi riferisco all’episodio di Argelato sul quale vorrei sapere qualcosa di più – qui si dice: «intorno ad un punto fondamentale, vale a dire intorno alla pregiudiziale che un rapporto corretto tra avvocati (o più in generale a S.r.) il movimento non può darsi con una discriminazione lungo la scelta delle forme di lotta, in particolare naturalmente in base all’esclusione della forma di lotta armata». Che vuol dire questo discorso? L’appunto è suo. Che significa questo periodo contorto? Sembra di capire e può essere evidente che qui si tratta di questo fatto: qualcuno dentro Soccorso rosso aveva escluso la forma di lotta armata che lei invece rivendicava. Cerchi di chiarire questo punto, le dirò che poi vi sono altri agganci sulla impostazione del processo politico al quale noi, dall’altra parte, siamo abituati. Sembra che alla elaborazione di questa teorica lei un peso, piccolo o grande che sia, lo abbia dato.

LFB: Modestamente, se vuole, senza false modestie, io effettivamente ho lavorato intensamente tra la primavera del ‘77 e la primavera del 78 a Soccorso rosso padovano, ma non soltanto perché ero personalmente interessato alla cosa, ma perché ero stato colpito in maniera vivissima persino dal tipo di imputazione che era stata utilizzata nei confronti dei collettivi politici. Una formazione, una organizzazione dell’autonomia, una esistenza dell’autonomia con la cui storia non ho avuto nulla a che fare ma che, vivaddio, era pur sempre un gruppo di giovani presenti nelle facoltà e nella città con iniziativa politica continua, quotidiana, pubblica, di lotta su vari terreni e che veniva improvvisamente qualificata come una sorta di associazione di malfattori. Un appiattimento di una emergenza chiaramente politica su un’ipotesi criminale, associazione per delinquere – se non erro – significa esattamente l’associazione di persone che si mettono insieme per scopi di lucro o cose del genere.

P: Io non voglio interromperla od invitarla all’autocritica ma nell’agenda, a proposito di questo, c’è un’altra presa di posizione. Lei dice: «non ci fa impressione essere considerati delinquenti comuni» … oggi dice un’altra cosa, ma ieri ne scriveva un’altra. Cerchiamo di essere chiari.

LFB: No, no. Dopo quattro anni di carcere, in particolare, credo che mi guarderei bene dall’esprimere qualsiasi disprezzo per delle persone con le quali condivido una situazione non allegra. Io non sto dicendo che si tratti di disprezzare il criminale comune, sto semplicemente dicendo che si tratta anche dal punto di vista del giudice, nel momento in cui utilizza la norma penale, di utilizzarne una adatta alla situazione. A mio modo di vedere, non è una questione di norma di articolo del Codice o meno, era la questione che si presentò nel ‘77 a Padova con un appiattimento della emergenza dell’autonomia su una dimensione che sembrava di pura e semplice delinquenza comune, diciamo così; due anni dopo un tentativo di appiattimento nella direzione opposta, cioè nel ‘79 la stessa Procura (arresta me tra l’altro) emette una serie di mandati sostenendo che vi è un’identità tra Autonomia e terrorismo.
Mi accusa e mi incarcera per essere un dirigente delle Brigate rosse. E dunque una incapacità, a mio modo di vedere, prima di tutto di capire …

P: Forse non ci siamo capiti. Io trovo questo appunto che, poi, si collega ad un episodio specifico che è quello dei fatti di Argelato. A me il suo giudizio su quello che bisognerebbe mettere in testa ai giudici (non so come si mette in testa ai giudici, può significare altre cose perché le idee si possono ficcare in testa pure con la violenza, ammesso che ci si riesca) non interessa, non la faccio l’analisi linguistica da questo punto di vista, o almeno non mi pare corretto in un processo.
C’è quella frase sibillina: «bisognerebbe mettere in testa ai giudici». Io le ho fatto una domanda specifica. «Intorno ad un punto fondamentalmente, vale a dire intorno alla pregiudiziale». Quindi, c’è una pregiudiziale. «Rapporto corretto tra avvocati e movimento». Qual è il nodo da sciogliere su questa pregiudiziale?
Il nodo da sciogliere è il rapporto tra avvocati e struttura Soccorso rosso e lotta armata: è questo il punto?

LFB: Sì. Questo appunto io lo stendo come commento all’andamento del convegno di Bologna del settembre del ‘77, convegno che come lei ricorderà, signor Presidente, come è noto del resto, addirittura intitolato, forse inesattamente, «alla repressione». Io mi reco a questo convegno e partecipo a quella sezione del convegno, molto limitato e del resto era frequentata soltanto da avvocati e da compagni che si occupavano di Soccorso rosso, che si occupa specificamente di questioni relative alle difese politiche, ai problemi della legislazione speciale, dell’andamento dei processi, della situazione carceraria e via dicendo.
E la discussione lì ruota intorno a molti temi, uno dei quali è un tema assolutamente tradizionale, del resto, nell’ambito di Soccorso rosso, vale a dire: quali sono i limiti entro i quali si colloca politicamente l’attività di Soccorso rosso e degli avvocati che vi fanno capo e che svolgono concretamente l’attività di difensori. Voglio dire: esistono limiti, ipotesi di situazioni estreme nelle quali il problema non si pone; da una parte diciamo le incriminazioni, i processi nei quali si faccia questione di reati di semplice opinione, qui è evidente non v’è alcun problema: è una funzione assolutamente fisiologica di Soccorso rosso, degli avvocati di sinistra di occuparsene. Vi sono, d’altro lato, situazioni estreme, al lato opposto se si vuole, che riguardano imputazioni per fatti di eversione nei quali l’imputato stesso rifiuta il processo, rifiuta la dialettica processuale e via dicendo, ma nelle quali, allo stesso tempo, non si pone un problema di rapporto tra Soccorso rosso e movimento. C’è viceversa tutta un’area centrale, non facile da definire, che è attraversata anche da un discorso di lotta armata rispetto alla quale si discusse a Bologna; bisognava superare alcune resistenze che furono espresse, che furono confrontate nel dibattito di alcune posizioni all’interno anche dei Soccorsi rossi già esistenti, di posizioni individuali, di avvocati e via dicendo, che avevano obiezioni da fare su questo piano. La posizione che emerse, e che io personalmente condividevo, riteneva allora e continua a ritenere, che anche un terrorista, se vuole, ha diritto alla difesa. Questa era la questione di cui si discuteva a Bologna; se aveva senso che Soccorso rosso si facesse carico, qualora fosse stato investito del problema, di problemi di organizzazione della difesa.

INTERROGATORIO 3 MAGGIO

LFB: Io ho partecipato … ero arrivato nella mia descrizione del mio percorso al ‘77, primavera del ‘77, conclusione di questa istruttoria nella quale sono imputato di associazione per delinquere e proscioglimento con formula piena. Siamo nella primavera del ‘78. Siamo – mi pare superfluo ricordarlo a lei e a questa Corte – in un momento di un passaggio particolarmente drammatico. È l’epoca dell’operazione Moro, la quale ha pesantissime ripercussioni dal punto di vista del tentativo di comprendere quello che accade, di qual era a questo punto il destino di un movimento come quello del ‘77 che già appariva in grossissime difficoltà e nei confronti del quale, a mio modo di vedere, ma non soltanto a mio modo di vedere, l’operazione Moro era stata fatta.

P: Cioè?

LFB: Questo è un punto che per quanto ho potuto seguire l’andamento del processo che questa Corte ha fatto e in generale i commenti che vi sono stati già da allora e poi negli anni successivi sulla vicenda Moro, un aspetto che non è mai adeguatamente almeno venuto fuori è che a mio modo di vedere – questa era una mia fermissima convinzione allora e la mantengo – il vero obiettivo dell’operazione Moro da parte delle Brigate rosse non era già quello di colpire un improbabile cuore dello Stato o uno Stato imperialista delle multinazionali o, secondo una giustificazione tardiva e altrettanto poco credibile, di fare una …, colpire il compromesso storico e via di seguito. Certamente, queste motivazioni a carattere ideologico-politico sono esistite, non lo nego, ma certamente a mio modo di vedere, per il mio punto di vista, il vero obiettivo dell’operazione Moro da parte delle Brigate rosse era di determinare una situazione di comando assoluto, di vincere una volta per tutte una battaglia politica di comando sul movimento, di farla finita, di rientrare in un movimento che aveva completamente escluso, a mio modo di vedere nel ‘77. Non so se ho reso il concetto.

P: Non l’ha reso affatto.

LFB: Lei non è d’accordo?

P: Non è che non sia d’accordo. Anch’io posso essere d’accordo su niente con nessuno, è chiaro.

LFB: Vedo che scuote la testa. È una mia opinione. Comunque, io la …

P: L’ho capito.

LFB: Io credo che chiunque conosca … Sono costretto a prendere un po’ alla lontana la cosa perché mi sembra altrimenti insensato che io stia …

P: Alle volte, le dico che non ho capito, ma posso aver capito. Io presiedo una Corte e sono l’espressione non soltanto delle mie conoscenze; mi devo assicurare che gli altri abbiano capito, siccome si tratta di un’affermazione che può avere un certo peso e la devo collegare ad un’altra cosa. Io ho risentito la registrazione della penultima udienza in cui da parte degli imputati sono volate grosse accuse. Purtroppo, c’è un’affermazione nella registrazione, ma non ce la spiegazione di essa (spiegazione che poi ho letto sui giornali). Si sente una voce di fondo che grida: «Voi avete ucciso Walter Tobagi». Poi, il resto della frase – se ci sta – non è registrata. Allora, mi inserisco in questo che è un punto toccato anche da lei e mi pare di poter cogliere il senso di quella espressione. Cerchiamo di fare chiarezza nella sua esposizione su questo punto.

LFB: Cerco di essere più chiaro possibile. Non so quanto vi riesco anche perché la questione, effettivamente, è intricata e investe un nodo storico e politico di enorme importanza come è stata la vicenda Moro nella primavera del ‘78. Io non pretendo, evidentemente, di dare una interpretazione di tipo storico. Posso soltanto riferire quella che era la mia opinione allora – opinione che vedevo condivisa da moltissimi compagni di movimento in quel momento e che non ho avuto nessuna ragione per modificare in seguito – e cioè che, in realtà, l’operazione Moro avesse come essenziale obiettivo politico quello di imprimere violentemente, alzando in maniera enorme il livello dello scontro con lo Stato, un comando dell’organizzazione Brigate rosse sull’insieme del movimento – diciamo così – del ‘77.
È questa la ragione per la quale, ad esempio, io sono stato sempre personalmente convinto che l’esito del rapimento non avrebbe potuto essere diverso da quello che purtroppo è stato perché un qualsiasi altro esito da parte delle Brigate rosse avrebbe significato consegnare i frutti politici di un’operazione così colossale ai propri avversari. Le Brigate rosse avevano bisogno in quel momento di determinare esse stesse, in prima persona, i livelli dello scontro e di costringere tutti sul loro livello: un livello folle, pazzesco, oltre che moralmente inaccettabile, come quello determinato dalla vicenda Moro.
Questa era la drammatica situazione nella quale io personalmente ho vissuto questa vicenda e i termini nei quali ho discusso larghissimamente in quella primavera con tutti i compagni con cui mi capitava di poterne discutere, a Padova, nei corridoi della facoltà, nei bar, nelle piazze, nelle cene, nei week-end e via di seguito.
Questa era la situazione drammatica in cui ci trovavamo a quel punto. L’unica cosa che sentivamo di poter fare, che ci sembrava indispensabile, era riaprire completamente la discussione, tentare di tenere aperto uno spazio politico di esistenza del movimento che si sottraesse a questa sorta di ricatto perché le Brigate rosse con la logica veramente – come dire? – assolutamente parassitarla, secondo me, che hanno sempre auto, hanno colto effettivamente un momento di enorme debolezza del movimento, di esaurimento della sua spinta, di involuzione, di complicazioni e via dicendo. Avevano colto il momento giusto e si erano presentate come l’unico gestore di questa assurda guerra immaginata.
Questa è la situazione come io l’ho vissuta. Richiamo questo tipo di discorso per una sola ragione, per spiegare come io, a quel punto, pur fuori da qualsiasi livello organizzativo, da qualsiasi militanza organizzata da moltissimo tempo, accetto sulla base di una proposta che nasce a Padova e si esplica in una serie di riunioni in una libreria padovana, la Calusca, una libreria di movimento, di collaborare alla redazione di un giornale che voleva per l’appunto essere nelle intenzioni un giornale fuori di qualsiasi organizzazione.
Scusi, è una premessa lunga, ma ritenevo necessario farla.

P: Gliela farò fare, non si preoccupi. Qui siamo alla spiegazione, cioè alla sua opinione, alla sua lettura dell’episodio Moro (diciamo della strage di via Fani).
Si era accennato qui l’altro ieri, nella penultima udienza, all’episodio Tobagi e sono volate delle accuse (l’affermazione è puntuale): «Voi avete ammazzato Tobagi». Che cosa è questa storia?

LFB: Io credo che il concetto politico che c’è dentro questa affermazione, al di là della concitazione con la quale può essere stata espressa …

P: Il «voi» si riferisce alle Brigate rosse?

LFB: No, assolutamente.

P: Per Moro si riferisce alle Brigate rosse.

LFB: Mi lasci spiegare, Presidente. Cercherò di spiegare…

P: Il «voi», in questo caso, a chi si riferisce?

LFB: Questo «voi» è effettivamente indeterminato anche se ognuno può pensare (io ho la mia opinione in proposito)… Mi sembrano molto interessanti che ci siano delle grosse …

P: Non sono stato io a dire queste cose!

LFB: Neppure io, ma cerco di spiegarmi il significato di un’affermazione del genere. Il «voi» è riferito a chi ha assunto la gravissima responsabilità politica di non comprendere che cosa stava avvenendo nel momento del ‘77 e negli anni successivi. Il «voi» è riferito a chi ha sostenuto, voluto operazioni di tipo giudiziario, ad esempio, qual è quella che mi ha visto arrestato il 7 aprile, me e altri compagni, addirittura come responsabile (accusa assolutamente falsa; la cosa è ormai chiara, è stata chiara subito) del terrorismo in Italia quando se c’era un senso, una ragione politica del nostro tipo di presenza nel movimento, nei giornali, nelle riviste, in tutte le sedi nelle quali eravamo, era esattamente quello di sviluppare una battaglia politica contro queste cose. È una cosa che anche i giorni scorsi ha detto molto giustamente Funaro e che mi trova perfettamente consenziente. È un fatto, nell’esperienza del Veneto, assolutamente certo e indiscutibile che i primi morti per terrorismo sono avvenuti nel 1980, dopo che una enorme pressione di tipo giudiziario si è scatenata su una sola città come Padova con l’arresto nostro del 7 aprile, con l’istruttoria del ‘77, con quelle dell’80, ‘81, ‘82 e le Brigate rosse hanno costituito – questa è una verità storica che io ho appreso dagli altri – una colonna nel Veneto nel 1980 e i morti sono avvenuti allora. E dal ‘75 al 1979 non vi è stato un solo omicidio politico nel Veneto malgrado che, lo riconosco senz’altro, vi sono stati livelli diffusi, grossi, di violenza contro le cose, di attentati, di notti di fuochi e tutto quel che si vuole. Allora, la questione qual è? Quel tipo di violenza andava interpretata politicamente, andava capita. Bisognava trovare una soluzione, uno sbocco politico che non significa operazione di alta strategia istituzionale. Significa riconoscere che dietro quelle espressioni di violenza vi erano dei bisogni, vi era la necessità di predisporre la machina statale a tutti i livelli, locale e centrale, nel comprendere il tipo di bisogni che venivano emergendo e che si esprimevano, perché non avevano altro modo di esprimersi, in quella forma lì.
Io credo che eliminata, liquidata questo tipo di mediazione politica, bene o male, che l’Autonomia ha rappresentato nel Veneto, le cose siano andate in maniera disastrosa e tragica con l’apparizione degli omicidi politici da una parte, con il suicidio di una generazione per eroina, e via dicendo. Questo è il quadro che io dal carcere – mi sbaglierò – ho letto in questi quattro anni nella situazione veneta. Non dico che quella precedente al ‘79 fosse tutta rose e fiori. Certamente, non lo era. Vi erano fenomeni di violenza molto gravi, ma il vero problema era di capire dove si andava a parare.
Quando si dice: «Voi avete ammazzato Tobagi», non ci si riferisce a nessuna persona in particolare, ma ci si riferisce ad una responsabilità che tutti dobbiamo assumerci, a questo punto, del fatto che sono avvenute cose di questo genere. Io personalmente la mia parte, molto limitata, molto modesta, per quello che potevo, credo di averla fatta assumendomi pubblicamente le mie responsabilità, firmando un giornale titolato «Autonomia». Non ho mai negato di essere un autonomo. Era la mia etichetta politica di quegli anni. Non credo di essere in carcere per quello perché sono opinioni queste.
Io nego di essere stato dentro l’organizzazione.

P: Mi faccia capire una cosa. Lei si sta ponendo dall’angolo dello Stato (gliela devo fare questa domanda perché c’è l’imputazione di insurrezione armata). Allora, tutto il discorso della rivoluzione sottintendeva soltanto una mediazione fra lo Stato e queste forze emergenti? Non ci credevate per niente se lei me lo spiega in questi termini. Mi faccia capire perché il dissidio è questo. Se voi avete propagandato un ampliamento della sfera di partecipazione di quelle persone o di quelle classi che credevate e credete di aver identificato con i concetti esistenti nella vostra elaborazione ideologica – sulla quale, ovviamente, io non devo prendere posizione – se tutto ciò significava, come dice qualche voce nel processo parlando a nome di altri gruppi nei confronti di alcuni imputati di questo processo, una possibilità di offrire più spazio istituzionale a queste forze (chiamiamole emergenti o dissidenti; non mi interessa), tutto questo scrivere e insistere sul programma futuro in termini di insurrezione, tutto questo emergere di linee di differenziazione che non sono sull’obiettivo finale – attenzione! – ma sui metodi, sui tempi… Dico cose trite e ritrite. Allora, che era questa cosa? Una presa in giro? O la sua è una interpretazione data a posteriori su quella che poteva essere la parte dello Stato e non fu fatta? Cerco di capire questo.

LFB: Guardi, Presidente, è facile e nello stesso tempo difficile spiegare.

P: Ma sono opinioni sue!

LFB: Certo, certo. Intanto, io distinguerei…

P: Allora il «Do you remember rivolution» cosa significa? Non significa più niente?

LFB: Significa proprio quello che sto cercando di dirle. Io ho sempre ritenuto, da quando ho l’età della ragione, che questo presente assetto sociale sia, almeno sul lungo periodo, insostenibile, perciò mi sono sempre ritenuto se vuole, ideologicamente almeno, un rivoluzionario comunista.

P: Ripeterò la mia domanda in termini più precisi perché è stata molto confusa. Personalmente, leggendo l’ordinanza di rinvio a giudizio, ho trovato che la parte più consistente di essa è una serie di scritti che vengono ad illustrare la finalità ultima – dittatura del proletariato e via discorrendo – del vostro operare.
Una linea di demarcazione – diciamolo pure – tra Scalzone, Piperno ed altre persone per quanto concerne il risultato da raggiungere, ma non per quanto riguarda l’obiettivo. Non mi interessa se si tratta di obiettivi realizzabili o meno. Me ne devo occupare anch’io come giudice nel momento della valutazione del vostro comportamento ai fini del reato più grave. Quindi, sono costretto ad entrare nel merito di questo. Lei mi fa due affermazioni. Una concerne le Brigate rosse (me ne devo occupare perché il materiale è in questo processo ed è una cosa che non devo esorcizzare, gliela devo contestare) e si dice che l’operazione strage di via Fani (mi scusi il precisare le cose) fu fatta in funzione antiautonomia. Ad un certo punto, cioè, si volle prendere la leadership del movimento.
Vanno a carte quarantotto la «potenza geometrica» e via discorrendo (lei sa a che cosa mi riferisco). L’altra è in funzione dell’atteggiamento dello Stato. Lei dice che se lo Stato avesse capito quello che c’era sotto, se avesse avuto un minimo di comportamento complessivo e avesse adempiuto ai suoi doveri (maggiore partecipazione, soddisfacimento dei bisogni e via discorrendo), se avesse capito quella che era la sostanza del movimento, non si sarebbe verificato il terrorismo a Padova, eccetera.
Io non voglio giudizi politici da parte sua. Anch’io la devo giudicare per insurrezione e via discorrendo. Desidero sapere: la critica che lei ora muove e che le consente di dare una chiave di lettura al comportamento delle Brigate rosse, da che cosa deriva? Da una meditazione successiva su quel che c’era sotto il vostro movimento? Questa sua affermazione odierna che è, pare, in contrasto con le sue affermazioni teoriche, da che cosa deriva e di che cosa si nutre?

LFB: Non ho afferrato. Il contrasto in cosa consisterebbe?

P: Lei dice: se lo Stato non ci avesse arrestato, le Brigate rosse non avessero fatto questo, se lo Stato avesse capito …

LFB: È ovvio che la storia non si fa con i se, né io pretendo di farla in questa maniera. Io non stavo dicendo che lo Stato non doveva arrestarmi, anche se ovviamente ne sarei stato ben felice che non lo fossi. Stavo dicendo che l’atteggiamento Io, forse, se mi spiego con degli esempi… Non mi riferivo in particolare, agli arresti del 7 aprile, ma all’atteggiamento complessivo dell’apparato statale, sia nella sua veste di macchina giudiziaria, ma più ancora e in maniera molto più importante e consistente nella sua figura di apparato di erogazione del reddito avesse assunto un atteggiamento nei confronti dei bisogni emersi nel movimento degli anni settanta, tra il ‘74, ‘75, ‘77, forse – perché con i se storia non si può fare – le cose sarebbero andate diversamente. Di esempi nella mia esperienza di quegli anni ne ho di infiniti perché ho visto infinte volte a Padova, ad esempio, tentare di costruire – per dire una sciocchezza qualsiasi – dei centri sociali, di tentare di riattivare dei vecchi edifici per rispondere ad un bisogno di socialità, soprattutto tra i giovani ed i giovanissimi e perciò, necessariamente, in funzione di un’attività proprio di pura e semplice aggregazione politico-culturale a cui si è sistematicamente risposto in termini di negativa assoluta, di rifiuto di concessione di reddito – perché di questo si tratta – di qualsiasi genere, addirittura di criminalizzazione preventiva di qualsiasi cosa si muovesse su questo terreno o di criminalizzazione successiva perché è chiaro che un centro sociale può essere il braccio prolungato di chissà quale organizzazione eversiva e via dicendo. Cioè, lo Stato, a mio modo di vedere, non ha corso il rischio che doveva correre di aprirsi rispetto a questi movimenti.
Io constato che in altri paesi come in Germania, che pure ha conosciuto fenomeni terroristici gravissimi, ad esempio, questo tipo di atteggiamento non è stato tenuto e un’articolazione di rapporto con i nuovi movimenti si è data senza tutto il bagno di sangue cui abbiamo assistito in questi anni in Italia. Può darsi che la mia sia una valutazione comparativa folle, ma è l’unica che riesco a dare. Ho visto una vicenda trasformarsi e concludersi in maniera di gran lunga diversa da quanto sia accaduto in Italia. Questa è la sostanza della cosa che io affermo. Ora, è possibile che alcuni anni veramente bui e di piombo che abbiamo attraversato tutti (io dalla galera, fra l’altro) forse non erano proprio necessari, come niente è necessario nella storia, in definitiva. Questo è semplicemente un concetto del tutto …

P: Ho capito questo discorso. Era questo che desideravo capire.
Non era una ricerca da parte vostra di una estensione dello Stato-piano che secondo voi era in crisi, ma tutto sommato a posteriori…
Ora, torniamo al punto di partenza. Ho capito, per carità. Non intendo né sminuire né sopravvalutare niente. Per me è un terreno minato questo. Lasci stare. Cerco di capire il quadro della situazione. Io mi trovo davanti a questo documento del quale dobbiamo pur parlare. Cerchi di spiegarci.

INTERROGATORIO 4 MAGGIO

TERZO BLOCCO (pag. 130-133)

P: Signor Presidente, comincio con Potere operaio seguendo lo schema che ha seguito il Giudice istruttore, seguendo anche lo schema delle risposte dell’imputato. L’imputato ha dichiarato davanti al Giudice istruttore, nell’interrogatorio del 15 maggio del 79: «escludo di essere mai entrato in Potere operaio come struttura organizzata e preciso che allorché nella primavera del 70, decisi di non continuare ad espletare il lavoro politico non esisteva ancora, lo ribadisco, come struttura organizzata. Il lavoro politico di cui sopra ho parlato è stato da me espletato in due settori particolari: nell’intervento operaio nella zona di Porto Marghera, posso chiamare a testimonianza di questo lavoro l’onorevole Massimo Cacciari; fu nell’ambito dell’associazione nazionale docenti subalterni, posso chiamare a testimoniare su quest’ultimo il professor Cesare Ecile, direttore di chimica fisica nell’Università di Padova». La prima domanda è, a parte la struttura di Potere operaio nel 1980 che fosse o non fosse un’organizzazione – secondo l’imputato -: che cos’è questo lavoro politico che egli svolgeva nella zona di Porto Marghera, perché si parla «nell’intervento operaio nella zona di Porto Marghera». Che cosa dovrebbe venire a testimoniare o se non ha ancora testimoniato, ma mi sembra che non abbia mai testimoniato, l’onorevole Massimo Cacciari? Che cos’è questo lavoro nell’ambito dell’associazione nazionale docenti subalterni e su che cosa dovrebbe venire a testimoniare il professor Cesare Ecile?

LFB: È una domanda da 100 milioni, Presidente, perché il Pubblico Ministero mi chiede di spiegare in che cosa sia consistito…

P: Guardi che qua i milioni sono anni di carcere.

LFB: E infatti li sto già pagando, mi pare. Il Pubblico Ministero, in pratica mi ha chiesto di spiegare in che cosa consistesse il lavoro di intervento operaio a Porto Marghera negli anni ’80, «lavoro di intervento operaio», così veniva definito normalmente e a cui prese parte per un lungo periodo, l’attualmente onorevole, Cacciari.

P: Potrebbe dirci che cos’era? Interessa l’Assemblea autonoma di Porto Marghera?

LFB: Ma l’Assemblea autonoma di Porto Marghera negli anni di cui stiamo parlando, in realtà non esisteva ancora: esisteva soltanto un comitato operaio che promuoveva, certamente, ha promosso più volte Assemblee e ne ha spesso vinte politicamente, addirittura è stato in grado di indire, in ima circostanza, una lotta estremamente significativa perché per la prima volta, prima del ’68, passava a livello di base e contro la resistenza del sindacato, una richiesta di aumento uguale per tutti: si trattava allora di 5 mila lire uguale per tutti. Questa lotta fu voluta e di fatto organizzata e gestita completamente dal comitato e il comitato ovviamente, era composto essenzialmente di operai delle fabbri- die, in particolare del Petrol-Chimico, ma al lavoro del comitato prendevano parte anche quel gruppo di intellettuali, di studenti e via dicendo, tra Padova e Venezia – Cacciari abitava allora a Venezia – e la discussione politica era assolutamente paritaria da questo punto di vista. In concreto il lavoro consisteva, ripeto faticosissimo perché l’ho fatto per anni, ad esempio, nel distribuire volantini nel primo turno del mattino (il che significava per chi abitava a Padova come me alzarsi verso le 3, le 4 del mattino per essere davanti alle porte delle fabbriche verso le 5 per prendere il primo turno che entrava alle 6 e restar lì fino all’ingresso dei giornalieri; significava tornare a Padova, a lavorare in Facoltà, nel tardo pomeriggio, all’uscita per fare la riunione di discussione sull’esito e sull’accoglimento dei volantini che avevamo distribuito per discutere la situazione di fabbrica e via dicendo). Questo normalmente è sempre stato in Italia l’intervento operaio: un lavoro di organizzazione di base.

Questa trascrizione è stata pubblicata in L. Ferrari Bravo, Dal Fordismo alla globalizzazione, Roma, manifestolibri, 2001