Archivio Luciano Ferrari Bravo

Lettera a Scalfari

Pubblichiamo una lettera di LFB diretta a Scalfari, pubblicata su La Repubblica nel luglio del ’79.

Di LUCIANO FERRARI BRAVO

Egregio signor Scalfari, in un punto della sua replica a Toni Negri, lei sollecita maggiori precisazioni sulle violazioni costituzionali che l’istruttoria 7 aprile va collezionando nei confronti di tutti gli imputati. Eccole.
1. Principio del «giudice naturale». Ricapitoliamo i fatti. Atto primo. C’è un giudice, il Calogero, che (picista o meno che sia) è intimamente convinto dell’equazione picista: rifiuto del compromesso storico uguale terrorismo, paraterrorismo, fascismo oggettivo ecc. Di suo ci aggiunge l’«ipotesi» dell’ammucchiata, dell’unica direzione strategica Autonomia-Br e via dicendo: ipotesi, per carità, legittima come tutte le ipotesi, anche se fa a pugni con tutte le notorie verità della storia del movimento e con tutta la letteratura sull’argomento. Questo «finissimo conoscitore di uomini» (così l’ha definito il giornalista Nozza) lavora a tutta Digos per due anni – guardandosi bene dall’emettere un solo avviso di reato – e si arciconvince di avere fatto il colpo. Le sue convinzioni le ha ripetute anche di recente al Corriere: la «sensazione» di essere alla vigilia dello scoppio dell’insurrezione e della guerra civile è la prova che il «cervello» e la «sede sociale» dell’eversione, del «partito» dell’autonomia fossero a Padova. Sul primo punto lei se ne intende più di me e la invito a dire cosa ne pensa. Il secondo significa ovviamente che i giudici naturali dell’inchiesta sono quelli padovani.
Atto secondo. Investito immediatamente della richiesta di formalizzazione dell’istruttoria, Calogero si inventa, letteralmente, un provvedimento abnorme: spedisce a Roma una parte degli imputati (a parte Negri che è colpito da autonomo mandato per via Fani). Io non sono giurista, ma chieda a qualsiasi giurista di sua conoscenza cosa ne pensa. Il senso politico però è chiaro: esso corrisponde, sulla dura terra dei rapporti poliziesco-giudiziari, a ciò che deve (o doveva) avvenire nel cielo dei rapporti politici «compromissori» – non devo essere io a spiegarle di che pasta politica sono fatti Procura e Ufficio istruzione romani. Qui, però, mi scusi, il suo formalismo democratico rischia davvero di farla finire come le tre famose scimmiette. Ci sono carceri speciali e bracci speciali in tutti i carceri per detenuti politici e lei si chiede ancora se in Italia ci sono detenuti politici. C’è un uso ormai massiccio del confino per pericolosità politica, ma già – si chiama soggiorno obbligato! C’è l’evidente tendenza a far dell’Istruzione romana il Tribunale speciale (preventivo) per i reati di «eversione» e lei magari aspetterà che Pecchioli lo proponga formalmente!
Atto terzo. I giudici romani si buttano a pesce sul succulento boccone, soprattutto per lo spazio di «manovra» che offre (si rivolga al Psi per maggiori particolari). Quanto al merito a me nessuno toglie dalla testa che qualche sacramento a quel pasticcione di Calogero devono averglielo mandato. Ma per quel che riguarda la competenza, non c’è problema! Una bella imputazione «a ombrello» di insurrezione per tutti e chi, se non uno iudex romanus, è competente per una cosa del genere?
2. Presunzione di innocenza dell’imputato. Lasciamo stare, per carità di patria, il telegramma di Pertini. Presunzione di innocenza significa, tra l’altro, che spetta all’accusa fornire le prove del reato. Ora, io e i miei compagni non sosteniamo soltanto che l’accusa non ha esibito alcuna prova di quanto sostiene, ma solo, in alcuni casi, indizi e nella stragrande maggioranza dei casi semplici illazioni o sospetti. Sosteniamo anche che, nel tentativo di sopperire alla fragilità dell’ipotesi, l’accusa ha tentato di forzare sistematicamente in maniera illegale gli strumenti inquisitori a disposizione. Vale a dire che Gallucci e soci hanno intrapreso una loro personale riforma del codice di procedura penale, cumulando nelle loro mani i «vantaggi» del rito inquisitorio e di quello accusatorio. Prendiamo l’interrogatorio. Che l’interrogatorio sia «mezzo di informazione e di difesa per l’imputato e non già mezzo di prova» non sono io a dirlo, ma il codice e la stessa Cassazione. Le sceneggio, tra gli interrogatori degli imputati «minori», uno dei tantissimi esempi di come gli istruttori romani intendono questo principio. Giudice istr.: «Contesto all’imputato un foglietto di appunti di una riunione di P.O.». Imput.: «Ma gli appunti sono miei, ovvero il mio nome compare da qualche parte?» Giud. istr. (rigirandosi il foglietto tra le mani): «No». Imput.: «E allora?» Giud. istr. (detta a verbale): «L’ufficio dà atto che il foglietto non comprende gli interventi di tutti i compagni intervenuti». Insomma, l’imputato doveva essere presente. Controllare per credere. Adesso, capisce perché gli avvocati hanno scelto di rendere pubblici tutti i verbali (e di subire a giorni un processo per questo)?
Quello che io non capisco invece è perché tanti giornalisti così avidi in questi mesi di informazioni al punto da inventarsele quando non c’erano, vi abbiano gettato solo uno sguardo un po’ distratto. E non le sembra un po’ singolare che con questo po’ po’ di imputazioni, noi imputati «minori» abbiamo avuto in tre mesi un solo interrogatorio (cioè una sola occasione per venire a conoscenza delle «prove» e per poterci difendere)? E non ha nulla da dire sul fatto che Dalmaviva e Vesce siano in sciopero della fame da più di due settimane per questo?
Ma anche su questo punto, la nuova ordinanza di Gallucci fa un «passo avanti». Lei magari sarà così ingenuo da credere che un’imputazione così grave e complessa come quella di insurrezione richieda, se possibile, prove ancora più gravi, complesse, e specifiche. Niente di tutto questo. Valgono le vecchie «prove» (e che prove!) e in più così tutto diventa prova: uno era a favore dello sciopero delle bollette e magari lo ha organizzato? È una prova di «insurrezione». Controllare per credere. Presunzione di colpevolezza al quadrato.
3. Principio del carattere personale della responsabilità penale. Qui arriviamo al cuore della faccenda. Le originarie imputazioni «calogeriane» erano di banda armata e associazione sovversiva. Le risparmio ora le ovvie considerazioni che si potrebbero fare sui limiti entro cui può permanere, nell’attuale sistema costituzionale, un reato come quello di associazione sovversiva, nella formulazione che gli diede Alfredo Rocco. Resta il fatto che per reati «associativi» come questi la struttura logica dell’inchiesta dovrebbe essere vincolata ad una duplice esigenza. Primo, provare l’esistenza e il carattere sovversivo di un’associazione, comunque configurata. Secondo, provare il ruolo associativo di ciascun imputato. Nulla di tutto ciò, neanche in questo caso. È da quando siamo in galera che ci sgoliamo, invano, su questo punto. Noi eravamo insieme a Potere Operaio e, per i giudici, tanto basta. E si capisce perché: come potrebbero provare un’«associazione» tra imputati che, da anni, non hanno tra loro rapporti né politici né personali?
Ed ecco, per superare questa difficoltà, la nuovissima teoria della «responsabilità generale». Da una parte c’è il partito armato, c’è il terrorismo diffuso, ci sono gli attentati, c’è un’area della sovversione: e questi sono fatti, indiscutibili. Dall’altra chiunque abbia a che fare, a qualsiasi titolo, con qualsiasi di queste cose è «generalmente» responsabile, si deve supporre, di tutto. A me pare che questa «logica» assomigli come una goccia d’acqua a quella dei rastrellamenti nazisti. Eppure l’ha formulata, sul suo giornale, un distinto giurista del Pci, Neppi Modona. E sta facendo scuola, come mostra la recente replica del Pm al processo Rosati. Ora, dopo l’esito del processo di Brescia, pare che Neppi Modona abbia cambiato idea; non so se per onestà, per intelligenza o per ragioni di opportunità – sono affari suoi. Quel che è certo è che di questa autocritica non si è accorto Gallucci che anzi, con la nuova ordinanza, sviluppa l’intuizione originaria con solerte energia. Misteri del compromesso storico.
4. Libertà di stampa. Non vorrei sembrarle impertinente, ma lei legge il suo giornale? In un numero di qualche giorno fa, c’era una lunga lettera di Castellano, Maesano e Virno sulla faccenda Metropoli che illustrava abbondantemente questo punto. E del processo che lei stesso avrà a giorni, insieme a trenta direttori di giornali, cosà dice? E della condanna del direttore del Male? E del fatto che la stragrande maggioranza delle nostre «prove» riguardi collaborazioni a giornali (e sia pure a giornali dell’area dell’autonomia)?
5. Divieto di violenze morali e fisiche a detenuti. Qui davvero pensavamo che l’accenno alla tragedia di Bortoli dovesse bastare. Della ripresa dei pestaggi negli speciali (Trani, Novara, ecc.) non ha sentito parlare? Le faccio una proposta: perché sugli speciali, non ci fa un’inchiesta cominciando magari dal G8 di Rebibbia?
Concludo. Per quel che mi riguarda – ma il discorso vale per gli altri imputati – mi trovo in galera da mesi, con le più gravi imputazioni del codice, e perciò con la prospettiva di poterci restare anni in detenzione preventiva, sulla base dei seguenti elementi: aver militato fino al 70 in P.O.; avere collaborato (collaborato, badi, e non per i contenuti dei miei scritti) negli 77-79 a Rosso, rivista milanese ed a Autonomia, rivista veneta; avere conosciuto (badi, conosciuto) i «noti» Galeotto e Moroni.
Ma, se mi consente un’incursione sul tema generale del dibattito, a me pare che sia davvero un atteggiamento da struzzi negare una tendenza in atto ad una sistematica violazione della costituzione formale, di cui la vicenda 7 aprile è solo un esempio tra tanti. Il vero problema, e il vero «oggetto» del nostro processo, cominciano appena, a questo punto. Il vero problema è se i soggetti della costituzione materiale (partiti, sindacati, padronato, esercito, magistratura, stampa – mi dica lei dove mi devo fermare) vogliono e possono riconoscere uno spazio legale alla composizione nuova del proletariato e alle sue forme di lotta.

Distinti saluti. Detenuto comune

9 luglio 1979

Lettera pubblicata in La Repubblica, 9-7-1979. Ripresa in L. Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione, Roma, manifestolibri, 2001, pp. 181 – 184.