Archivio Luciano Ferrari Bravo

Old and New Questions in the Theory of Imperialism,1975

Nel corso della sua vita, Luciano Ferrari Bravo ha formato diverse generazioni di militanti – un vero cattivo maestro nelle aule, nelle fabbriche e nelle strade del Nordest italiano. Dai primi anni ’60 ha trascorso lunghe giornate fuori dagli impianti petrolchimici di Porto Marghera nel suo Veneto, un complesso industriale noto per le numerose battaglie condotte dai collettivi e dalle assemblee autonome dei lavoratori. Nel 1963 Ferrari Bravo e il suo compagno di sempre Antonio Negri aiutarono a fondare l’organizzazione locale Potere Operaio veneto-emiliano, e in quel periodo cominciò a pubblicare le sue analisi nel giornale del gruppo e a scrivere dei contributi per Cronache Operaie, una raccolta nazionale delle attività autorganizzate della classe operaia pubblicata da Quaderni Rossi. Pubblicò successivamente interventi riguardanti la strategia politica e la teoria marxista in pubblicazioni nazionali di movimento come Classe OperaiaContropianoPotere Operaio e Autonomia, riviste con le quali collaborò anche come membro della redazione editoriale.

Fatta eccezione per i cinque anni trascorsi in prigione in attesa del processo per insurrezione contro lo Stato, Ferrari Bravo lavorò all’Università di Padova nella facoltà di Scienze Politiche, dove partecipò a uno straordinario collettivo di ricercatori radicali composto, tra gli altri, da Sergio Bologna, Mariarosa Dalla Costa, Alisa Del Re, Ferruccio Gambino, e Negri. Un operaista, ma non uno di quelli privo di capacità riflessive, a metà degli anni ’70 Ferrari Bravo aiutò anche a fondare Radio Sherwood, la quale giocò un ruolo vitale nel mantenimento dell’ecosistema della sinistra extra-parlamentare a Padova. In quegli anni firmò numerosi contributi meticolosamente documentati per la collezione Feltrinelli “Materiali Marxisti”, curata prima da Bologna e Negri e, in seguito, da tutto il collettivo. «Vecchie e nuove questioni nell’imperialismo», il saggio che presentiamo qui, originariamente introduceva uno di questi volumi, Imperialismo e classe operaia multinazionale.[1] Questo collettaneo, a cura di Ferrari Bravo, aveva come obiettivo quello di unire scritti di autori marxisti e non-marxisti che riflettevano sugli sviluppi della struttura globale del capitale e della lotta operaia internazionale nella metà degli anni ’70.

Per quanto riguarda l’imperialismo, Ferrari Bravo cercò di registrare non solo la violenza esplicita della colonizzazione e dell’espansione imperiale, ma anche la mobilità internazionale del capitale e della forza lavoro, ponendo particolare attenzione agli sviluppi storici – concentrandosi in primo luogo sulla possibile costituzione di un ciclo capitalista globale unificato dopo la seconda guerra mondiale e, successivamente, sull’annuncio del presidente degli USA Richard Nixon nel 1971 circa la fine dello standard oro-dollaro alla base degli scambi internazionali. Prima di questo scritto, Ferrari Bravo si era distinto nella corrente operaista per aver apportato la sua prospettiva politica sui margini – non solo rispetto ai quartieri periferici nel triangolo industriale del Nordest italiano, dove vivevano i migranti del Sud Italia, ma anche rispetto alle dinamiche in cambiamento nel Sud stesso. In «Forma dello Stato e sottosviluppo», egli analizzava la parziale industrializzazione del Sud attraverso la Cassa per il Mezzogiorno dello Stato come risposta politica alla crescente mobilità della forza lavoro. Questo “piano” di riforme era orientato a integrare i cicli di lotte operaie nel ciclo produttivo del capitale. In «Vecchie e nuove questioni nell’imperialismo», Ferrari Bravo sviluppa questa ricerca nella cornice generale del mercato mondiale, utilizzando ciò che ritiene utile da Marx, Lenin, e da autori successivi per sviluppare un’analisi rigorosa della congiuntura a lui contemporanea.

Benché questo articolo si focalizzi sulla controrivoluzione capitalista degli anni ’70, è importante sottolineare che Ferrari Bravo concepiva quel processo come il segno[1]  del primato dell’antagonismo della classe operaia. Egli interpreta l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro come una risposta dello stato capitalistico statunitense alla tenacia della resistenza vietnamita e all’ondata di lotte di studenti e lavoratori che scuoteva gli stati e i cicli capitalisti di paesi nei quali le multinazionali statunitensi avevano investito pesantemente. Ma la fine dello standard oro-dollaro aveva portato a sviluppi contraddittori – tassi di scambio fluttuanti, competizione tra valute e nuove relazioni tra singoli stati nazione e cicli di capitale nazionali e internazionali – che ricomposero le classi e ristrutturarono il terreno sul quale sia i proletari nelle metropoli, sia i rivoluzionari anti-imperialisti nelle colonie avrebbero continuato ad agire.

Per Ferrari Bravo la domanda da porre diventa, allora, come agire politicamente a questo livello globale. Sicuramente se l’imperialismo Usa avesse confermato di essere «capace di trasformarsi via via, senza perdere di solidità ma anzi aumentando l’intensità del suo dominio totale»,[2] e se gli apparati dello Stato fossero diventati agenti di un «ciclo internazionale del capitale imperniato sulle multinazionali»,[3] questo avrebbe reso necessarie importanti modifiche alla teoria sull’imperialismo proposta da Lenin nel suo famoso pamphlet, in cui veniva enfatizzata la competizione tra i diversi capitali statali. Per sviluppare una nuova teoria, Ferrari Bravo suggerisce allora di «tornare a Lenin passando per Marx».[4] Piuttosto che scavare nell’intervento di Lenin del 1917 per cercare concetti scientifici – Ferrari Bravo suggerisce di lasciare categorie come “lavoro aristocratico” e “parassitismo” alla critica roditrice dei topi – egli cerca in Marx una metodologia e una cornice all’interno della quale porre nuovamente questa domanda politica. Se l’enorme contributo di Lenin fu di aver riconosciuto che «l’imperialismo è figura mondiale del comando politico del capitale sul lavoro»,[5] il ritorno a “Lenin”, qui, non è il sintomo di una fedeltà a un vecchio schema esplicativo, ma piuttosto significa la riattivazione del progetto leninista per leggere i nuovi sviluppi internazionali dei processi capitalistici di accumulazione dalla prospettiva del proletariato, nella sua lotta globale per il comunismo.

L’individuazione della necessità di prendere distanza da certe formulazioni presenti nel lavoro di Lenin, accogliendo allo stesso tempo lo spirito del suo discorso, poteva prendere forma solamente nel contesto politico in cui Ferrari Bravo compose il suo intervento. Non solo la situazione internazionale era cambiata ma, nella sinistra radicale in Italia, correnti clandestine e armate cominciavano a emergere, molte delle quali proponevano di importare le tattiche strategiche della guerriglia dalle lotte nazionali di liberazione per le proprie pratiche. Senza dissezionare quei movimenti in profondità, Ferrari Bravo identifica una problematica comune tra coloro che sposavano “la guerra di guerriglia nelle strade” e le teorie sull’imperialismo “terzomondiste”, il cui esponente più emblematico era Arghiri Emmanuel. Intrappolato in una lettura ortodossa di Marx come teorico dell’economia politica, Emmanuel concepiva l’imperialismo come uno squilibrio salariale statico tra il centro e la periferia, una prospettiva che gli impedì di vedere il fattore più importante del salario: l’espressione dell’“irriducibile soggettività politica” del proletariato. Anche se Ferrari Bravo non sminuisce il carattere rivoluzionario delle lotte anti-coloniali, egli seziona l’oggetto di sapere costruito da Emmanuel e prova a produrre un nuovo pensiero-oggetto appropriato per un «movimento a tenaglia che accomuna, in una analoga violenta richiesta di reddita e di potere, l’operaio metropolitano e il proletario del terzo mondo».[6] Che il suo progetto rimanga incompiuto oggi non riduce né la l’incisività delle sue critiche, né la perspicacia della sua analisi.

Ferrari Bravo venne arrestato il 7 aprile 1979 insieme a Negri, Paolo Virno e più di altri 20 militanti. Tutti vennero incolpati di fomentare l’insurrezione armata e falsamente accusati di essere dirigenti delle Brigate Rosse, la cellula terroristica che acquisì notorietà per aver commesso omicidi di alto profilo. Venne rilasciato e scagionato di ogni accusa solo nel 1984, e in seguito tornò a insegnare a Padova e continuò a scrivere con nuovi e vecchi compagni nelle pagine di Derive Approdi e Luogo Comune. L’analisi del cambiamento della composizione della classe operaia europea negli anni ’80 e ’90, la riflessione sulle nuove strategie d’incorporazione sviluppate dallo Stato italiano, come anche l’analisi della presunta novità della “globalizzazione” in relazione alla storia della mobilità internazionale della forza-lavoro, molti di questi studi più tardi trovano il loro fondamento formulato in questo saggio. Effettivamente, nonostante il suo “aspetto umile di rivista di studi”[7], il testo che segue costituisce un formidabile sviluppo nella teoria marxista sull’imperialismo. Liberato dal peso morto delle tradizioni del passato, è guidato dall’impulso militante di capire il cambiamento nella composizione della classe operaia internazionale e nel terreno sul quale si trova per disegnare possibili coordinate per un nuovo ciclo di lotte. E questo compito deve essere anche il nostro, oggi.

Andrew Anastasi

[1] Luciano Ferrari Bravo, ed., Imperialismo e classe operaia multinazionale (Milano: Feltrinelli, 1974), 7–70.

[2] Ibidem, p. 50.

[3] Ibidem, p. 53.

[4] Ibidem, p. 21.

[5] Ibidem, p. 54.

[6] Ibidem, p. 64.

[7] Cfr. Sergio Bologna, “Prefazione”, a Luciano Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione: Cristalli di tempo politico (Roma: Manifestolibri, 2001), 7–36