Archivio Luciano Ferrari Bravo

Il processo 7 aprile. 25 settembre 1984

 

Continuiamo a pubblicare le trascrizioni delle interviste a Luciano Ferrari Bravo trasmesse da Radio Radicale con un contributo del 25 settembre 1984, un dialogo tra LFB e Massimo Bordin. L’audio è disponibile qui.

Massimo Bordin: Luciano Ferrari Bravo: un nome che gli ascoltatori conoscono. È fra gli imputati del 7 aprile, fra quelli rimessi, insieme a Gianni Sbrogiò e a Emilio Vesce, recentemente in libertà provvisoria, ma messi praticamente in una situazione di libertà vigilata. Infatti, stiamo telefonando a Fossano dove in un albergo Luciano Ferrari Bravo risiede ed avrà anche una serie di obblighi da adempiere visto che sono stati considerati, questi, sostitutivi alla spropositata cauzione di 100 milioni che per lui, così come per Vesce e così come per Sbrogiò, il giudice aveva chiesto. Ecco, Ferrari Bravo non solo è un nome conosciuto dagli ascoltatori, ma forse da qualche ascoltatore è anche una voce conosciuta perché abbiamo avuto modo di sentire le sue dichiarazioni al processo 7 aprile. E con Ferrari Bravo proprio visto che è la prima volta che abbiamo l’occasione di sentirlo in un’intervista, la prima domanda che vogliamo fargli è proprio questa: un suo giudizio sul processo 7 aprile, che gli ascoltatori di Radio Radicale forse conoscono meglio di altri perché hanno potuto seguirlo nelle sue fasi, praticamente nella sua interezza, nella sua integralità. Ecco, volevamo chiederti come prima domanda proprio questo: un tuo giudizio così come abbiamo fatto con altri su questo processo e su questa sentenza.

Luciano Ferrari Bravo: Ma guarda, un giudizio sul processo è una cosa evidentemente molto complicata da formulare. Non fosse altro che per la ragione che il processo è durato, come tutti sanno, per arrivare solo alla sentenza di primo grado, ben 5 anni. Occorrerebbe probabilmente articolare il giudizio sulle varie fasi, sulla genesi del processo, sul suo sviluppo istruttorio e poi su quel lungo dibattimento durato più di un anno e che si è concluso con la sentenza che tutti conoscono. Ma, sinteticamente, direi che soprattutto per quel che riguarda quest’ultima fase, cioè la fase cruciale del dibattimento, il mio giudizio essenzialmente è che si trattasse di un processo scontato, dagli esiti in qualche maniera predeterminati.

MB: Ecco, su questo c’è però forse da fare una riflessione particolare proprio sul tuo caso, sulla tua vicenda. Tu in fondo sei stato uno degli imputati che più ha sofferto della carcerazione preventiva. Eppure, da questo punto di vista, forse andrebbe ripreso un momento il tipo di gestione che di questo processo c’è stato anche nella fase istruttoria; è una riflessione che ormai tende a sparire visto che si è finalmente arrivati ad una prima sentenza, ma certo ecco la tua carcerazione preventiva è stata pure un dato, prolungatasi per tanto tempo (per più di 5 anni), è stato pure un dato di grande significato. Ecco, rispetto all’andamento dell’istruttoria, rispetto al prolungarsi della tua carcerazione preventiva, cosa potresti dire?

LFB: Appunto quello che ho sempre tentato di dire fin dall’inizio, paventando innanzitutto sul piano personale, ma anche in termini del tutto generali, che il fatto che il prolungarsi della carcerazione preventiva diventa effettivamente, al di là della buona o cattiva volontà  – non sto a giudicare queste cose -, un elemento di predeterminazione e di anticipazione del giudizio. Voglio dire, in altri termini, molto semplicemente e banalmente che non vi è giudice che possa dopo anni e anni di carcere preventivo trovarsi il coraggio di dire “scusi tanto, ci siamo sbagliati, se ne torni a casa”. Gli anni che uno passa in galera aspettando il giudizio diventano un macigno praticamente non più spostabile. Diventano una sentenza di condanna anticipata da questo punto di vista proprio semplicemente materiale. Ed è perciò che non mi resta che confermare il fatto che questa, non riguarda soltanto me, intendiamoci, [ndr: ma anche] alcuni altri che hanno avuto una preventiva lunga quanto la mia, ma presentandosi al processo con questa storia alle spalle vi erano ben poche speranze che potesse risultare il punto su cui personalmente, almeno, avevo affidato le, del resto vaghe, speranze di soluzione positiva per me. E cioè che altro sono le responsabilità politiche, morali, di ricostruzione storica, altro sono le responsabilità giudiziarie e giuridiche; è su queste che io avevo protestato fin dall’inizio d’innocenza. Ma la preventiva con la sua stessa esistenza ha praticamente cancellato via via nel tempo qualsiasi significato alle mie proteste di innocenza; questa è la situazione drammatica che io ho personalmente vissuto nell’ambito di un processo che, tra l’altro, aveva caratteristiche politiche più generali e dentro le quali la mia personale vicenda ha un significato emblematico, se si vuole, ma relativo, insomma. Perché il significato del processo 7 aprile è ben altro che non una storia di ingiustizie di puro allungamento emergenzialista, diciamo, del carcere preventivo. Ha un significato politico più grosso, insomma.

MB: Ecco, io vorrei chiederti anche questo: la tua figura politica di docente proprio a Padova, in un istituto universitario che è stato praticamente sciolto dalla magistratura perché siete stati tutti incriminati, il tuo ruolo e le accuse che ti venivano fatte – molte delle quali appunto di natura più politica, che agganciate poi a specifici reati, certo vi sono aspetti generali nel processo che van tenuti presente – però ti situano sicuramente in una luce particolare. Ecco, io volevo chiederti: questo tipo di luce in cui tu ti sei trovato, questo tipo di ruolo che in parte ti si è fatto giocare anche su alcuni titoli dei giornali… Insomma, per uscir di metafora: tu sei stato rappresentato ai giurati popolari e anche all’opinione pubblica un po’ come una sorta di braccio destro di Toni Negri, anche nel ruolo di cattivo maestro. Credi che questo, questa immagine, che in qualche modo usciva per esempio dai titoli dei giornali e anche da qualche altra cosa, sia poi penetrata nella logica della sentenza, o no?

LFB: Senza dubbio, anzi non è semplicemente penetrata direi che è l’elemento fondamentale sul quale si è retta l’accusa nei miei confronti, almeno. Io sono stato, credo, prima incarcerato e poi tenuto in carcere e poi condannato, praticamente, esattamente sulla base di questa immagine. Solamente adesso le motivazioni della sentenza non ci sono ancora, ci saranno tra qualche mese, ma credo di non sbagliarmi se prevedo appunto uno sviluppo delle argomentazioni del giudice su questa base qui, perché non vi erano altre possibili basi per sostenere le accuse.

MB: Ho capito. E come pensi di – visto che questa immagine evidentemente forse non ti si attaglia completamente – come pensi di – ora che forse hai anche più possibilità e più spazi per poterti non dico difendere ma per poterti spiegare – come pensi di modificarla, questa immagine? 

LFB: Non è che abbia delle idee precise in proposito. Certo è che fino a che perdura questo obbligo – tecnicamente si chiama di dimora obbligata, ma forse si può chiamarlo di confino insomma, che è più semplice, più comprensibile…

MB: Di fatto pare questo, in effetti…

LFB:…Eh sì, è di fatto un confino. Finché dura questo, credo che mi sarà molto difficile sviluppare qualsiasi tipo di iniziativa per riconquistare anche tra l’altro una mia storia personale, che nel piccolo o nel grande, nel bene o nel male è pure una mia storia che finora è sempre rimasta coperta dal cono d’ombra della storia di Negri, a cui tra peraltro è stata indubbiamente legata per moltissimi versi a cominciare da quello dell’amicizia personale di 20 anni. Ma una volta che quest’obbligo venisse meno – ed è la cosa che chiederò sicuramente al giudice quanto prima – e che potessi tornare a Padova o addirittura, lo spero tanto, potessi essere riassunto all’università, ecco beh, allora credo soprattutto nei fatti, negli atteggiamenti concreti, nel riconoscersi su un terreno collettivo della situazione alla quale son vissuto e che conosco meglio, è lì che punterei le mie carte, insomma, per riconquistare una mia figura e un qualche ruolo.

MB: Ecco. Io ho sempre avuto l’impressione che il processo 7 aprile abbia in realtà accorpato storie politiche che magari avevano una comune origine, ma che poi sono andate molto diversificandosi. Tu vieni sicuramente da un’esperienza lontana per esempio da alcuni imputati romani del processo 7 aprile, per molti versi. Ecco, ma proprio su questo volevo chiederti: il dibattito, che poi ha attraversato le – come dire – le varie ondate di arresti che si sono succeduti nell’area politica più generale dell’autonomia e di altri gruppi, ha avuto sicuramente anche dei momenti di riflessione anche molto ampli. Tu, in questo momento, cosa pensi delle tue passate esperienze politiche e anche del dibattito che nella tua area politica in questo momento si sta sviluppando per molti versi ancora nelle carceri e però anche da fuori? 

LFB: Distinguiamo un momentino i due punti. La domanda è gigantesca, nella sua estensione. Brevissimamente, sull’accorpamento processuale di storie diverse: è una cosa sulla quale abbiamo insistito fino alla nausea nell’ambito del processo, ma con scarsi risultati. Abbiamo insistito su un punto che dovrebbe essere semplicissimo da capire: che l’autonomia negli anni ‘70 non è mai stata un’unica organizzazione. Sono esistite storie localmente e anche politicamente diverse addirittura negli stessi luoghi. A Milano vi erano due o tre punti di riferimento dell’area autonoma; a Roma lo stesso; perfino a Padova; e però il processo ha voluto – come dire – accorpare tutto quanto assieme. Non c’è stato verso di districare, diciamo, questa matassa che ha voluto a tutti i costi mettere assieme della gente che effettivamente in molti casi non si era mai vista. Io per esempio Dalmaviva, che pure ho avuto l’enorme piacere di conoscere in carcere, proprio non l’avevo fisicamente mai visto in vita mia, pur avendo fatto parte personalmente all’inizio della storia di P.O. E questo è un primo punto. Un secondo punto è che tuttavia in questa operazione di semplificazione processuale e politica, il processo costituito, cioè quella di identificare l’autonomia come un’unica associazione, o un’unica banda, beh, insomma, qualcosa di vero però tuttavia c’era, insomma. Cioè l’autonomia è stata un’esperienza politica che al di là delle differenze – che secondo me andavano giuridicamente apprezzate – ha costituito effettivamente una componente del paesaggio politico di movimento italiano di quegli anni. Tu mi chiedi la riflessione dal ‘79 in avanti e soprattutto in quest’ultima fase. Io francamente non è che sono interessatissimo in particolare poi a dettagli e differenziazioni interne che se esistono, non sono sicuro neppure di questo, residui dell’area autonoma vanno facendo. La cosa che so per certo perché vi ho partecipato in prima persona nell’ambito del carcere e intendo per quello che posso continuare a contribuirvi è che la riflessione carceraria, e anche in larga misura esterna di critica e di autocritica sull’esperienza fatta dal punto di vista dell’autonomia, è andata parecchio avanti, ha raggiunto alcuni primi risultati… Io non dispero che – salvo tutte le verifiche da fare, perché sarebbe sciocco da parte mia adesso trinciar giudizi a pochi giorni dall’uscita dal carcere – non dispero che questa riflessione sia andata talmente a fondo da poter porre un problema di, come dire, ricominciamento su basi nuove, insomma. La proposta politica della dissociazione che è il punto di rottura, insomma, che è nato nel carcere – intendiamoci: di dissociazione politica, di battaglia politica proprio contro il pentitismo e contro l’emergenza – si è rivelata una proposta giusta e tempestiva. È andata avanti nel carcere aggregato, è riuscita a passare all’esterno, a raccogliere l’interesse perfino al livello del Palazzo e del ceto politico – e sappiamo tutti quanta attenzione a quel che succeda nella società il Palazzo abbia – e comincia a mostrare alcuni frutti anche, e a indicare alcune possibilità – proprio pratiche! – di sciogliere questo nodo dolente della detenzione politica, a partire da questo: a partire dalla possibilità di lasciarsi alle spalle, diciamo così, tutta questa brutta eredità, questa complicata – e terribile, per certi versi – eredità degli anni ’70, credo che ci sia un sacco di cose da riscoprire. Almeno io personalmente ho una gran voglia di riscoprire che cosa significa fare “politica” (tra virgolette); cosa significa non restare chiusi nel proprio privato, in termini che probabilmente saranno totalmente diversi da quelli del passato. E in questo tipo di tensione credo che, è possibile che vi siano moltissimi dei compagni che allora erano attivi e che forse in questi anni si sono rinchiusi nei loro ghetti più o meno dorati.

MB: Ho capito. Il dibattito sulla fine dell’emergenza è un po’ un dibattito che, tu già lo dicevi, attraversa situazioni anche diversissime: dai detenuti politici, agli ambienti, tu dicevi, addirittura del Palazzo e poi il dibattito dentro la magistratura, il dibattito dentro le istituzioni. Su questo però [ndr: vi sono] anche posizioni differenziate: c’è chi parla della possibilità di un’amnistia – non se ne intravedono però ancora ben precisamente i contorni –, c’è chi parla di una necessità comunque di ripristinare alcuni punti saldi, alcuni cardini di uno stato di diritto che, a questo punto, molti, troppi stanno pagando sulla propria pelle nelle aule giudiziarie e poi nelle carceri, nella carcerazione preventiva. C’è una vasta gamma di posizioni… Ecco, per esempio: il tema dell’amnistia, che pure da personaggi politici più o meno riconducibili all’area dell’estrema sinistra – quando non addirittura della lotta armata – è venuto fuori. Tu che cosa ne pensi?

LFB: Noi abbiamo in carcere discusso lungamente, è ovvio, di questo tema. E siamo arrivati rapidamente alla conclusione, che mi sembra tuttora da mantenere, insomma, che l’amnistia ha almeno due difetti: il primo è ovvio, lo accennavi anche tu, è irrealistica – ed è perciò una perdita di tempo. È un errore politico portare avanti un tema che non ha nessuna pratica possibilità di essere sviluppato almeno nel medio periodo. Ma questo sarebbe ancora il meno perché non è detto che non ci si debba impegnare in battaglie eticamente giuste anche se non sono praticamente risolvibili nell’immediato. Il problema è che nella proposta, proprio nell’anima che ispira la proposta dell’amnistia c’è un elemento, come dire di continuismo, una volontà di superare il passato, ma in maniera, come dire, acritica, scordandosene; che è la cosa sulla quale noi dal carcere abbiamo soprattutto posto l’attenzione in termini negativi, in termini critici. Noi diciamo che l’amnistia non solo non è possibile, ma servirebbe a poco dal punto di vista che più ci interessa che è quello di uscir fuori dall’emergenza, ma uscirne in avanti, diciamo così; uscirne avendo, costruendo nel percorso dell’uscita le coordinate – almeno quelle minime coordinate di una progettualità politica praticabile nel futuro. Non ci serve a nulla, da questo punto di vista, una semplice passata di spugna sul passato. Non serve prima di tutto a noi proprio. Bisogna ripulirsi, mi considero ancora tale, in un certo senso. Questo è il tipo di ragionamento che si è fatto in carcere nei confronti di questo tema. Certo però che scegliere l’altra strada, cioè la strada della legge della dissociazione, apre d’altra parte un’infinità di problemi, tra i quali questo, appunto, di una restaurazione in qualche maniera di alcuni elementi fondamentali di uno stato di diritto. E non c’è dubbio che una legge sulla dissociazione politica – una legge che sciolga la detenzione politica sulla base di premesse, diciamo, di giudizio di fase e via dicendo – contiene degli elementi ancora di emergenzialismo, per così dire, ma noi ritenevamo, e credo riteniamo tuttora nella discussione del carcere, che si debba fare uno sforzo, come dire, per rovesciare, per forzare l’emergenza nei suoi lati positivi per uscirne. È difficile immaginare un puro e semplice ritorno a una normalità – ammesso che vi sia mai stata – di Stato di diritto, che funziona con le sue brave regole e che chiuda radicalmente con questa parentesi.

MB: Ecco, e questo è un problema molto, molto serio e molto importante, senza dubbio. Io magari adesso ti farei un esempio, anche per cercare di capire meglio insomma, e forse anche di spiegar meglio ai nostri ascoltatori. Per esempio una preoccupazione che io ho sentito proprio qui da Radio Radicale, espressa da un radicale come Gianfranco Spadaccia – ed era una considerazione interessante, mi è parsa. Diceva Spadaccia: in sostanza, su questo tema adesso dell’uscita dall’emergenza, dell’amnistia o comunque di misure volte a ottenere risultati del genere, troviamo schierati su questo fronte personalità politiche che all’epoca dell’emergenza erano i più oltranzisti fautori delle leggi eccezionali e così come allora, con la stessa logica, volevano le leggi eccezionali per stroncare il terrorismo, adesso, sempre con una logica di leggi eccezionali, vogliono porsi il problema di superare una serie di questioni, come quella appunto di molti detenuti politici. Spadaccia faceva per esempio l’esempio di Luciano Violante, che come tu sai sicuramente – e forse anche gli ascoltatori – è uno dei massimi esponenti del PCI per quel che riguarda i problemi della giustizia. Ecco, questo è un problema, per esempio. E allora, il problema invece di restaurare sic et simpliciter invece alcuni elementi di certezza già sarebbe forse meglio o no? Non lo so, te lo chiedo.

LFB: Ma sai, intanto io credo che sia metodologicamente sbagliato costruirsi delle posizioni e fare delle scelte di sponda, diciamo, sulla base di quello che fanno gli altri. Perché è vero, c’è l’esempio di Violante, ma ti potrei fare l’esempio invece di… come si chiama… adesso mi sfugge il nome del commentatore del Corriere… [MB: chi è, Valiani?] di Valiani che non a caso ha scelto – non a caso, sottolineo – un’ipotesi di amnistia per l’uscita. Eh, per cui gli esempi poi non provano mai a nulla. Il problema è andare al fondo della questione. E perché non ipotizzare, invece, che nella posizione attuale di Violante – per quello che conosco attraverso la lettura dei giornali e dell’Unità in particolare – non ci sia piuttosto il risultato di una pressione politica che finalmente comincia a far breccia anche nel PCI [MB: ah, certo c’è anche questo]? Mi pare conveniente partire da un’ipotesi di questo tipo, insomma. Se le cose che Violante oggi propone – non quelle che proponeva anche soltanto un anno fa – cominciano ad avvicinarsi alle cose che i detenuti chiedono, non vedo nessun motivo di stallo, anzi, me ne rallegro moltissimo.

MB: Certo, infatti. Era però, ecco… Facevo quell’esempio per dare un pochino le coordinate di un possibile problema che mi pare poi tu stesso ponevi.

LFB: Sì, sì, ma il problema esiste, non vi è il minimo dubbio. Il problema però va affrontato, non può essere negato. Va affrontato sciogliendo pazientemente i nodi che all’interno della proposta di soluzione per via legislativa della detenzione politica si porranno e si porranno, credo, anche a tempi rapidi. Ad esempio, quelli che già nella discussione carceraria, nei documenti prodotti e nei rapporti e nei contatti avuti nei mesi scorsi finché ero in carcere sono emersi in maniera evidente: il problema dell’abiura, del giuramento, il problema dell’“ammittenza”, il problema dei tempi di pena. Cioè i problemi proprio pratici, se vuoi tecnici al limite, che configurano una soluzione a un’altra nell’ambito di una proposta di legge sulla quale è possibile oggi una convergenza politica che mesi fa non era ancora possibile, che possa appunto dare un’indicazione di speranza per tutti i detenuti politici, a prescindere dai loro reati e dal loro contenzioso giudiziario.

MB: Ecco. E qua forse proprio per completezza di discorso potremmo anche dire che in fondo il problema dell’emergenza, che è stato essenzialmente un dato legato alla storia politica del paese, ha però poi fatto danni, e questo aumenta ancora l’importanza del problema, ha fatto danni anche su altri fronti, nel senso che, per esempio ecco, col problema del pentitismo, col problema dei premi anche a chi fa chiamate di correo, poi si misurano i magistrati anche su altri processi. I problemi che ha [ndr: hanno] posto le leggi dell’emergenza, anche quanto meno alla prassi degli interventi della magistratura in tema di grande criminalità, per esempio. È storia di questi giorni, di questi mesi. Ecco, quindi mi pare, insomma, che il fronte di iniziativa politica su cui ti sento mobilitato sia molto ampio. E volevo chiederti, ora, in conclusione: abbiamo parlato di politica, ma volevo farti anche una domanda invece sulla tua situazione adesso. Tu ti trovi in questo paesino. Come pensi di poter risolvere anche quelle difficoltà in cui poi tu sicuramente ti sarai trovato?

LFB: Questo è un po’ un guaio nel senso che… io sono arrivato qui entro il giorno, le 24 ore che la questura di Roma mi ha dato per arrivare. Ho incontrato il sindaco [e] mi aspettavo una situazione – era normale, ovviamente – di diffidenza, ma in realtà devo dire che in fondo l’accoglienza è stata sostanzialmente cordiale, e corretta insomma. Però io ho un problema, proprio oggettivo – d’altra parte, non posso pretendere di risolverlo troppo rapidamente, vista la situazione in Italia degli sfratti. È che sono in albergo e sto cercando una casa. Ovviamente sono senza soldi, perché da 5 anni sono sospeso dal lavoro e dallo stipendio. È su questo tipo di problemi con i quali mi devo misurare in questo momento. Per il resto qui la situazione è buona, nel senso che la gente non ha mostrato nessunissima particolare ostilità nei miei confronti, anzi, al contrario direi che è una situazione di cordialità – diciamo, ecco, per quello che è possibile parlare di cordialità per il carattere dei piemontesi! Però è evidente che, insomma, io la sento come una sofferenza soprattutto politica questa situazione di ancora di lontananza da casa, dalla situazione che conosco meglio. Non so quanto durerà. Io chiederò al giudice… purtroppo un po’ la sfortuna è stata – per me come per Vesce e Sbrogiò – che, sfortuna o fortuna, diciamo, che la legge sulla custodia cautelare è intervenuta d’estate e perciò a decidere – e si è visto con quanta difficoltà – sono stati i giudici feriali i quali probabilmente non si sono sentiti di assumersi una responsabilità alla leggera non conoscendo le carte del processo. E questo spiega forse – a voler essere proprio ottimisti – anche l’assurdità della richiesta di cauzione e via dicendo. Ora le ferie dovrebbero essere finite, dovrebbe tornare in carica il giudice naturale del processo e a lui mi rivolgerò per ottenere la revoca di questo provvedimento, insomma. Perché finché permane, sono alle prese con difficoltà e materiali e umane abbastanza ovvie… Chiunque può immaginare, insomma.

MB: Bene, e noi ti facciamo gli auguri perché tu possa risolverle e per il momento ti salutiamo.

LFB: Io ti ringrazio e ne approfitto per ringraziare te e Radio Radicale perché sapevo, so con quanta attenzione avete seguito il processo. E spero che riusciamo a tenerci in contatto e a mantenere un minimo di discussione politica fraterna.

MB: Ben volentieri!

LFB: Va bene!

MB: Arrivederci Ferrari Bravo!

LFB: Ciao!