Archivio Luciano Ferrari Bravo

Processo I troncone Nco (tra gli imputati Tortora). 16 settembre 1985

 

Continuiamo a pubblicare le trascrizioni delle interviste a Luciano Ferrari Bravo trasmesse da Radio Radicale con un contributo del 16 settembre 1985. Purtroppo il file audio di questa intervista è a volte disturbato. Abbiamo provato a riportare al meglio lo scambio tra Emilio Vesce e Luciano Ferrari Bravo. L’audio è disponibile qui.

Emilio Vesce: [ndr: Nella presentazione] di una serie di interviste di discussione aperte da almeno una settimana attraverso questi microfoni, qui appunto abbiamo voluto sentire giudici, giornalisti, avvocati, sui problemi della giustizia, in particolare su alcune figure che sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo, della coscienza del paese, e che sono state inserite nel processo penale, che ne hanno prodotto una grande devastazione, e che appunto hanno prodotto poi, sul piano della giustizia, delle mostruosità giudiziarie che vanno sotto il nome di “maxi processi” e di “sentenze dell’emergenza”. Questa sera vogliamo ascoltare, oltre alle tante figure di [ndr: 01:16 inaudibile] nel caso specifico di queste persone che ascolteremo stasera, certamente in giustizia. Si tratta di tre imputati del processo del 7 aprile. Per primo sentiremo il professor Luciano Ferrari Bravo, che gli ascoltatori di Radio Radicale conoscono perché appunto hanno seguito in diretta dall’aula del Foro Italico tutte le fasi di quel processo. Poi ascolteremo l’architetto Alberto Magnaghi, anche quest’ultimo imputato nel processo 7 aprile, giudicato nel processo 7 aprile, e poi Augusto Finzi da Venezia. Ci pare opportuno e importante sentire appunto le loro opinioni su una procedura giudiziaria di cui… [ndr: interruzione dell’audio]

EV: Sei in linea?

Luciano Ferrari Bravo: Sì, sì.

EV: Ecco appunto, hai sentito un pochino cosa dicevo agli ascoltatori della radio?

LFB: Sì, ho sentito l’introduzione.

EV: Ecco, noi chiediamo a te, chiedo a te quello che ho chiesto a giudici, agli avvocati e ai giornalisti: una tua opinione sulla figura del pentito, innanzi tutto.

LFB: È un’opinione che può essere espressa in due parole: una figura ignobile. È un marchingegno che ha innovato, ma in maniera deteriore, il funzionamento della giustizia, anche se chiaramente questa è una valutazione che andrà fatta con il tempo. Ha dislocato in qualche maniera il terreno, forse in maniera irreversibile insomma, del modo di funzionare appunto della giustizia, per cui, voglio dire, non è che basta la figura del pentito chiunque ha, credo che sia un dato così, una direzione primordiale, che va tenuto fermo, insomma.

EV: C’è chi dice, che così si esercita nel porre delle distinzioni tra il pentito che ha operato, come dire, contro il terrorismo e il pentito che opera adesso contro la criminalità organizzata, introducendo degli elementi di valore nella prima figura, che la seconda non avrebbe. Cioè si dice: “ma in fondo quelli avendo delle motivazioni politiche e morali, se si pentono hanno anche in questo caso una forte valenza morale, nel loro gesto”. Che cosa ne pensi?

LFB: Mi pare un discorso francamente assurdo perché è un discorso che vale solo, voglio dire… che potrebbe avere qualche elemento di verosimiglianza dentro questa logica, insomma. Perciò non riesco a vedere nessuna differenza da questo punto di vista. Certo, poi, analizzando il fatto, magari si può pensare che alcune esperienze, diciamo così, di pentitismo nell’ambito di fenomeni di tipo politico abbiano caratteristiche e valenze diverse da quelle che possono avere in ambito di criminalità organizzata; [ndr: su] questo non c’è dubbio, ma non è questo il punto, insomma. Sono due piani diversi di ragionamento. Le differenze non sono tali da mettere in discussione il problema di fondo, che è quello di capire quali erano i costi altissimi e i benefici francamente molto limitati, che il pentito ha offerto anche dal punto di vista dello stesso funzionamento della macchina giudiziaria.

EV: Nel senso che in qualche misura ha dato… [ndr: interruzione audio]

LFB: Talmente macchiata da pregiudizi di lettura, è tutt’altro che uno strumento obiettivo di lettura delle cose, nel senso proprio [ndr: che c’è] un’enorme confusione, da questo punto di vista, sul fatto che anche laddove il pentito raccontava cose vere o racconta cose vere in realtà, quello che in ultima analisi conta, è però la falsità del quadro storico, insomma. Il pentito è obiettivamente un elemento di falsificazione storica, anche se per avventure questo può benissimo accadere, dice la verità sul singolo fatto.

EV: Però lo inserisce sempre in un contesto che…

LFB: Lo inserisce sempre in un contesto che è un contesto, un’ottica, una logica che è assolutamente deforme.

EV: La storia del pentimento in Italia è una prova ampia di quello che tu stai dicendo

LFB: Probabilmente ho il dente avvelenato, un po’ come tutti noi, proprio perché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle proprio questa incapacità… credo non del tutto, cioè, abbastanza dolosa, insomma, della stampa prima di tutto, ma anche della gente insomma che aveva un interesse non precostituito, per esempio, nel nostro processo, a capire la differenza di fondo che c’era tra la falsità storica delle cose che diceva Fioroni ed eventuali verità sui singoli episodi. Perché un singolo episodio letto in un contesto di un certo genere significa una cosa, in un contesto diverso significa una cosa totalmente diversa. È questo il punto.

EV: Quindi, come si diceva, i pentiti anche quando dicono la verità mentono.

LFB: Eh certo.

EV: Però appunto pare che di questo mentire… [ndr: interruzione audio]

LFB: In effetti non è che me ne compiaccio nel dire fin dall’inizio: “guardate, non illudetevi che procedure eccezionali le possiate sperimentare sul terreno del terrorismo e poi limitarle lì, perché hanno una potenza di… una capacità di dilagare oltre i propri limiti inarrestabile”. C’è una legge, in economia vige una legge per cui la moneta cattiva scaccia la buona. Anche in queste cose finisce per prevalere il funzionamento di uno strumento facile anche se spesso tecnologicamente raffinato, ma facile, semplificatorio. Il pentito è un elemento di semplificazione dei processi che eliminano molte fatiche di indagine, molte fatiche di ricerca, ma molte fatiche soprattutto di comprensione…

EV: Che sfugge un po’…

LFB: Eh certo… però è una tecnologia mortale.

EV: Come l’energia nucleare.

LFB: Eh sì un po’ se vuoi…

EV: Quindi questo è un inquinamento, proprio sociale…

LFB: Eh sì, il pentito è proprio un fattore di inquinamento sociale…

EV: Adesso facciamo un salto un pochino al processo di Napoli. Tu hai seguito le cronache: si sta aspettando la sentenza. Domani alle 5 è stata annunciata…

LFB: Sì ho appena sentito dal telegiornale, ho sentito l’annuncio.

EV: Ecco, domani si continuerà a discutere: abbiamo prenotato interventi di tutti quanti gli opinion makers italiani su questo problema, eccetera. Noi possiamo consentirci un confronto perché, in definitiva, il nostro processo era un maxi processo fin quando non c’è stato quello sulla camorra organizzata almeno dal punto di vista della quantità di imputati… Ecco, quest’ultimo processo che in qualche misura avrebbero dovuto fare tornare indietro, visto le devastazioni che questa procedura aveva prodotto, in realtà questo non è avvenuto. Ora, al processo di Napoli c’è stata una grande battaglia politica, un’apertura – anche nel nostro, naturalmente, c’è stata una grande battaglia politica, c’è stata un’area garantista che si è costituita. Una domanda così, a freddo: secondo te, se Toni Negri fosse rientrato in carcere, ci sarebbe stato anche per il nostro processo una battaglia così forte come quella che è stata fatta per Tortora?

LFB: È una domanda piuttosto difficile, io non ho mai posseduto un globo di cristallo. Certo, in termini di previsione politica, di scommessa con tutti gli elementi di rischio e di incertezza, credo che la resistenza su questa linea di battaglia avrebbe alla fine pagato, insomma. E certo, è vero quello che dici: il processo di Napoli io lo conosco attraverso le cronache – confesso qualche volta lette con una molta riluttanza perché mi è sembrato di rivedere i vecchi incubi, insomma, ricomparire… La cosa per cui non mi faccio francamente (anche se auguro ovviamente in particolare a Tortora che la cosa vada bene), ma non mi faccio nessuna illusione, perché conosco la potenza di queste macchine. La cosa che semmai mi ha politicamente impressionato male è che, sì, certo, la battaglia continua, il fronte è aperto ed è un fronte fondamentale, questo della giustizia. C’è una certa dispersione di forze, voglio dire: attorno al nostro processo c’è stata una frammentazione, diciamo, delle poche forze a disposizione per tenere duro su questo piano qui, insomma.

EV: Eppure questi due processi hanno un elemento di continuità perché…

LFB: Ah, non c’è dubbio…

EV: …nel nostro anche a parte, diciamo così, il generale progressivo della pratica giudiziaria, c’è proprio, diciamo, nel nostro processo c’è la figura di Toni Negri, in questo processo la figura di Enzo Tortora. Allo stesso modo questi due personaggi hanno assorbito interamente la vita e il destino di tutti gli altri coimputati.

LFB: Eh, lo so.

EV: Ecco. Su entrambi si è costruito un caso e su entrambi – per fortuna forse in questo meno, perché c’è una maggiore attenzione anche al resto degli imputati o comunque si cerca – … [ndr: interruzione audio] sul piano della rilevanza delle accuse, delle prove portate, mi pare talmente ovvio ed evidente – anche se c’è una sentenza (che non vuol dire proprio niente) –  la sentenza ripeto è un’ordinanza di rinvio a giudizio, un’ordinanza di rinvio di giudizio ripete un mandato di cattura con opportune modifiche. 30 anni a Negri che è estraneo alle accuse che gli vengono fatte, non sappiamo se Enzo Tortora viene assolto o meno. Però entrambi questi personaggi sollecitano sempre la parte più bassa di questo paese o comunque la stampa la gioca così. Perché mai? Forse questo è un modo sbagliato di affrontare i processi oppure c’è qualche cosa di più?

LFB: Credo che ci siano molti fattori che entrano in gioco – occorrerebbe anche studiarli, francamente. Non c’è dubbio che c’è un elemento, diciamo, di inevitabile messa a fuoco di alcune figure emblematiche che riassumono, un po’ a torto o a ragione – spesso a torto, magari –, dal punto di vista dei fatti, il senso di tutta una vicenda. E c’è poi però, c’è anche molta cattiva coscienza e cattivo funzionamento soprattutto direi sul terreno dei media, sul funzionamento dell’informazione. Questo è un discorso enorme, non c’è dubbio, che credo sia impossibile fare in questo momento.

EV: Un’ultima domanda: è la più difficile per te che devi rispondere e per me che te la devo fare. Purtroppo, queste due figure, Tortora e Toni, sono continuamente scambiate nella ricerca di un valore, come dire che Tortora ha avuto un comportamento migliore di quello di Toni Negri. Noi abbiamo espresso tutte le nostre opinioni in merito alla fuga di Negri, quindi non entriamo nel merito, eravamo in disaccordo totale per il gesto (anche se capivamo umanamente la sua tensione in quel momento), però appunto vengono giocate l’una contro l’altra. Devo dire che anche Negri fa di tutto perché questa venga giocata: come [ndr: nelle] ultime dichiarazioni, come le ultime citazioni riportate del suo libro ultimo che dice a Pannella di essere una canaglia, eccetera.

LFB: Questo è un nodo veramente poco gradevole di questioni, insomma… È vero che vengono giocate, diciamo, in negativo l’una sull’altra specularmente giocando su elementi… Io non ho null’altro da dire se non che mi sembra che [ndr Tortora] si sia comportato in maniera eccellente in tutta questa vicenda. Negri, cosa vuoi, in effetti, come dicevi, il giudizio sulla scelta che ha fatto l’abbiamo dato a suo tempo e francamente non vedo nessuna ragione di modificarlo. E quanto a quest’ultime polemiche legate all’uscita del libro, io il libro non l’ho letto, credo che nessuno l’abbia letto, preferirei prima vederlo proprio perché mi fido poco dei giornali. Certo è una polemica nei termini di astio e di esagitazione che ha, che mi verrebbe da dire, avrebbe fatto con molta maggiore forza di convinzione se avesse fatto una scelta diversa. Non conosco ovviamente le circostanze a cui si riferisce, non ne so nulla e neanche forse nemmeno mi interessa saperle, quel che si ha di fronte tra i due contendenti in questa ennesima e ultima baruffa in cui mi è personalmente difficile dimenticare nel caso di Negri il tipo di mostrizzazione che ha subito (non per giustificare le scelte sbagliate); nel caso di Pannella ma in generale dei Radicali, di voi, eccetera, si tratta tutto sommato dell’unica forza che tiene aperto questo fronte della giustizia in maniera convinta e seria, insomma. Per cui mi sembra veramente una baruffa assurda, da questo punto di vista. Assurda, ripeto, perché non so come siano andate le cose e ovviamente sarebbe stupido da parte mia darne dei giudizi, insomma.

EV: Certo, certo. Bene Luciano, ti ringrazio molto di questo intervento. Ciao, grazie, ciao!

LFB: Ciao!