Archivio Luciano Ferrari Bravo

“Signor giudice cosa è cambiato?”


Questa lettera di Luciano Ferrari Bravo è un istante di luce gettata su quella specie di linciaggio mediatico e giudiziario che fu l’imputazione di “tentata insurrezione”.
Venne pubblicata su il Mattino di Padova il 16 maggio 1982 in risposta a un’intervista di Borraccetti rilasciata per il medesimo giornale il 18 aprile dello stesso anno, qui in allegato sotto il testo dattiloscritto di LFB.
Prima dell’assoluzione definitiva della Corte di assise di Padova e di quella di Roma, confermata della Corte di cassazione, e del suo ritorno quindi all’insegnamento universitario, Luciano si trovò a vivere nelle carceri speciali cinque anni, cinque mesi e cinque giorni della sua vita in regime di “detenzione preventiva”.
La redazione ringrazia Giuliano Ferrari Bravo per aver trasmesso questo importante scritto. 

Di LUCIANO FERRARI BRAVO.

Roma-Rebibbia. 2 maggio 1982

Caro Direttore,

leggo con il consueto e ovvio ritardo l’ampia intervista rilasciata al Mattino dal dr. Borraccetti su terrorismo e 7 aprile. Mi consenta un paio di osservazioni.
Prima di tutto è necessario rettificare delle affermazioni gravemente inesatte, o addirittura false, contenute nell’intervista. La tesi di Borraccetti è semplice: l’operazione 7/4 è frutto di un’intuizione politica e istituzionale assolutamente giusta ma ha rivelato dei “limiti” nella sua traduzione giudiziaria. Dice testualmente il giudice: “L’aver tradotto troppo meccanicamente una spiegazione politica in ipotesi giudiziaria, ha fatto sì che sull’inchiesta rimanesse il marchio dell’equazione Br uguale Autonomia. Che in realtà non è stato neppure nell’’impostazione iniziale”. E aggiunge: “Dicendo Br uguale Autonomia, in termini giudiziari, si sono sovradeterminate le imputazioni fatte ad Autonomia, dando così, tra l’altro, una comoda difesa agli imputati. Caduta l’equazione, perché non ha trovato riscontro nei dati, sotto l’influenza dell’enormità di quell’accusa direi che è passato quasi inosservato, sia a Padova che a Roma, il carattere eversivo e la natura di banda armata di questa organizzazione”.
Ora, un lettore ingenuo e piombato qui di colpo da un altro mondo, potrebbe cominciare col chiedersi: ma questa equazione Br=autonomia c’era o non c’era nell’impostazione iniziale? C’era, c’era, glielo posso garantire di persona. Non solo era scritta a chiare lettere nei mandati di cattura di Calogero (“costituzione di banda armata denominata Brigate rosse”) che hanno colpito me e altri imputati trasferiti a Roma in tutta fretta (aggirando le decisioni del giudice istruttore), ma è stata soprattutto ripresa, ribadita, amplificata a colpi di grancassa dall’intero sistema dei media nazionali, e internazionali. L’accusa era effettivamente enorme: non si era identificato il “cervello” delle Br, la sua direzione strategica e via dicendo? Dire, oggi, che questo è stato un “limite” mi pare, francamente, una presa in giro. Si è trattato in realtà della più colossale topica, dell’errore più madornale preso dall’apparato giudiziario in questo paese. Né più né meno.
Non voglio insistere sulle conseguenze che personalmente ho già subito per quell’errore: tre anni di carcere duro, il coinvolgimento in una rivolta, un paio di pestaggi e via dicendo. Ma mi si consenta di restare per lo meno sbigottito quando mi sento dire dall’autorevole voce di un giudice che tutto ciò mi ha offerto una “comoda difesa”. C’è una celebre battuta di Salvemini secondo cui se un giudice vuole arrestarti per aver stuprato la Madonnina di Milano c’è solo da far le valigie e riparare in Svizzera – e questa pare anche a me l’unica difesa “comoda” in casi del genere. Non essendoci riuscito, potrei almeno chiedere a Borraccetti cosa ci faccio ancora in galera, e a disposizione del giudice romano per giunta, visto che egli mi assicura che l’accusa è “caduta per mancato riscontro dei fatti”? Dato che egli si dichiara poco informato di quel che accade nel troncone romano, gli fornirò io la risposta. Ed è che a Roma, in luogo di riconoscere l’errore, di ammettere semplicemente di aver preso un granchio, si è proceduto ad un ulteriore sovradimensionamento dell’accusa, constatando un’inesistente insurrezione promossa da una inesistente “Organizzazione” che avrebbe operato per dieci anni su tutto il territorio nazionale, guidata, guarda caso, dalle stesse persone inizialmente accusate di aver diretto le Br.
E infine. Il mio sbigottimento si tramuta in indignazione, se mi si aggiunge che il carattere “eversivo” di Autonomia sarebbe passato inosservato sia a Padova che a Roma. Secoli di carcere, preventivo, e non già commina accuse da ergastolo a Roma, accusa di banda armata, per l’appunto, a Padova, una o due ondate di arresti all’anno per anni, costrizione alla latitanza o all’esilio di decine di persone (e mentre scrivo apprendo dai giornali che vi sono compagni, come Carmela Di Rocco, che ricevono per la quarta volta un mandato di cattura in tre anni, sempre per gli stessi fatti e senza ombra di processo), senza contare le tragedie personali – tutto ciò in presenza di un’“opinione pubblica” ben che vada distratta o neutrale: sarebbe questa la sottovalutazione di cui parla Borraccetti? Mi duole dirlo, ma vi è stata viceversa l’accettazione di una sovradeterminazione politica, costruita al di fuori del processo, anche da parte di chi, come il giudice istruttore Palombarini, ha sempre mostrato intelligenza analitica e onestà intellettuale. Perché, al di là dei tecnicismi giuridici, anche al lettore alieno di cui parlavo sembrerebbe evidente che “banda armata” è quell’organizzazione politica che persegue il suo programma mediante azioni “militari”. Definire così la vicenda dell’autonomia anche di quella padovana, significa deformare completamente la realtà. Almeno la realtà di chi, nella seconda metà degli anni settanta, abbia avuto il problema della casa, abbia dovuto frequentare l’Università o le sue mense, abbia conosciuto anche solo indirettamente i livelli di sfruttamento della fabbrica diffusa e via dicendo, e si sia perciò necessariamente imbattuto nell’iniziativa politica quotidiana dell’autonomia. Quest’ultima è stata attraversata e segnata da atti di violenza, anche gravi? Innegabile. Ma innegabile anche l’assoluta non assimilabilità al terrorismo di quella vastissima rete di proposte e lotte quotidiane che si sono provate sul terreno dell’organizzazione di interessi proletari autentici.
Tutto ciò – e vengo alla seconda osservazione – potrà sembrare la consueta e un po’ stucchevole baruffa tra gli imputati del 7/4 e i loro giudici. Forse la cosa riguarda ormai solo i diretti interessati; non so, mi è difficile dirlo dopo tre anni di galera. Credo invece che dovrebbe interessare tutti, per la sua gravità, l’altro punto del ragionamento sviluppato da Borraccetti, vale a dire la difesa della giustezza e necessità politico-istituzionale di operazioni come quella del 7/4. Qui non si tratta infatti della difesa d’ufficio di un giudice come Calogero che, avendo in altre circostanze ben meritato dalla patria, va protetto dai suoi errori. Qui si tratta del pieno accoglimento da parte di un giudice notoriamente democratico come Borraccetti di una filosofia dell’emergenza di sapore nettamente reazionario. Io non appartengo alla vasta schiera di chi demonizza la reazione (magari per non far nulla contro di essa) e ho appreso fin da piccolo dal Grande Vecchio che dai reazionari intelligenti si può imparare molto. Ma non mi pare proprio che la filosofia dell’emergenza appartenga a questa categoria. Ammettiamo per un momento che la situazione precedente il 7/4/77 fosse quella descritta dal giudice padovano, con toni vagamente hobbesiani: insicurezza e paura della gente, smarrimento delle autorità, inefficienza e divisioni tra le forze dell’ordine. Questa è la precisa descrizione di una profonda crisi di legittimità, cioè di una crisi dei meccanismi generali di connessione tra autorità e consenso. Borraccetti avrà ben ragione – non lo discuto – di compiacersi del fatto che dopo tre anni i metodi di funzionamento di magistratura e forze dell’ordine abbiano fatto un salto di qualità in termini di efficienza. Ma le domande che vengono spontaneamente sulle labbra sono le seguenti.
Se l’origine di questo salto di qualità viene attribuito, come appunto si fa, ad operazioni giudiziarie come il 7/4 – cioè, per dirla in breve, alla clamorosa attribuzione di responsabilità gravissime e insussistenti a dei puri e semplici capri espiatori – come impedisce che il metodo non si generalizzi in una sorta di caccia alle streghe permanente? O non è vero invece che la maggior efficienza delle forze dell’ordine è frutto semmai di un metodo opposto a quello seguito il 7/4? (E debbo dire “semmai”, pur pensando a vicende come quella Dozier, perché occorrerebbe fare astrazione da bazzecole come l’uso della tortura e all’assunzione della verità dei pentiti come verità rivelata).
In secondo luogo, e più in generale, è proprio sicuro il giudice Borraccetti che con la scelta che egli difende e con tanto calore (la “supplenza dei giudici” ecc.) si sia avviata a soluzione la crisi di legittimità che egli egli stesso descrive? Non sono personalmente un catastrofista e rimango convinto che il bisogno di una qualità della vita diversa e l’ansia di liberazione siano cresciuti e non diminuiti in questi tre anni. Quel che è certo comunque è che l’enorme quantità di sofferenza, di miseria, di dolore che questo assetto sociale produce quotidianamente non trova oggi più ampi e adeguati mezzi di espressione di ieri. Può darsi che, nel microcosmo padovano e veneto, l’autonomia abbia rappresentato in maniera distorta, e sicuramente insufficiente, questa realtà di nuove figure proletarie; e può darsi che si sia giunti vicino a quell’“estirpare” chiesto a gran voce fin dal primo giorno da quel fior di progressista dell’ex-Procuratore F­­ais. Ma mi sa dire Borraccetti in che cosa il panorama sociale odierno sia davvero migliore di tre anni fa, e le istituzioni più salde?
Cordiali saluti,

LFB