Archivio Luciano Ferrari Bravo

Sovranità, 2000

thumbnail of sovranità, 2000

Sovranità, originariamente in Posse, 2000, 1, pp. 148-167, poi ripubblicata in Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, manifestolibri, Roma, 2001

La trasformazione della forma Stato e la riorganizzazione complessiva degli spazi globali sono costitutivamente annodati: la globalizzazione non è un processo che si sviluppa dall’esterno e sulle teste degli stati, ma è strettamente connessa alla loro modificazione. Il concetto di sovranità diventa perciò la chiave decisiva per leggere i processi globali: la sovranità, Giano bifronte, è infatti il punto preciso in cui la faccia interna del processo, la sovranità come principio di organizzazione dello Stato, si mostra indisgiungibile da quella esterna, la sovranità come principio regolatore dei rapporti internazionali.

Già questa prima mossa di Luciano Ferrari Bravo nella redazione della voce Sovranità (originariamente in “Posse”, 2000, 1, pp. 148-167, poi ripubblicata in Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, manifestolibri, Roma, 2001), mostra quanto salutare possa essere la sua rilettura oggi. Siamo in tempi in cui la modificazione radicale dei processi globali dà vita, sia nella retorica pubblica, sia nella letteratura scientifica, a semplificazioni brutali che girano attorno a una presunta “crisi della globalizzazione”, se non a un suo stop, con annessi inni, più o meno entusiasti, al “ritorno dello Stato”. Questo tipo di approccio è spazzato via da Ferrari Bravo già a livello di metodo di indagine: alla globalizzazione non possono “capitare” crisi, in quanto è un processo di crisi essa stessa, e precisamente la forma “esterna” della crisi “interna” della sovranità. A sua volta, la crisi interna della sovranità ne è un elemento strutturale, che può essere colto già nella rappresentazione classica della sovranità stessa. La sovranità si autorappresenta come la modalità di uscita dalla crisi dell’ordine medievale attraverso centralizzazione e unificazione dei centri di potere. Questa sovranità moderna è assoluta, ma, ben più che nell’accezione di “illimitata”, lo è in quanto spezza ogni legamiecon il reticolo di soggetti, territori e poteri di stampo medievale, allo scopo di creare un ordine “senza presupposti”. Quest’ordine è assoluto perché è artificiale, come artificiale è la persona sovrano-rappresentativa: tutta la storia dell’ordine politico moderno, ben oltre l’assolutismo strettamente inteso, è iscritta dentro questa idea di artificialità/assolutezza, compresa la storia del costituzionalismo, nonché quella della sovranità nazionale prima, democratica poi.

Esiste, evidentemente, tutta un’altra linea della modernità, irriducibile a questa costruzione sovrano-rappresentativa, che passa da Machiavelli a Spinoza, e nutre poi il pensiero marxiano. Ferrari Bravo ricorda quest’alternativa: ma il gioco principale in questa voce non sta tanto nel contrapporla dall’esterno alla linea hobbesiana, ma nello squadernare invece le tensioni irrisolte, e irrisolvibili, che si aprono nel cuore stesso dell’artificio sovrano-rappresentativo.

Sul fronte interno, infatti, la pretesa della sovranità di legittimare il potere, rispondendo alla crisi della sua legittimità medievale fondata sulla verità di ordine religioso o trascendente, va incontro a uno scacco continuo: una carenza di legittimazione che il passaggio dalla sovranità assoluta a quella nazionale, e infine a quella popolare-democratica, non riuscirà mai a colmare. Il problema della sovranità democratica risulta letteralmente impossibile, come in fondo le moderne teorie democratiche “pluraliste” finiscono per dichiarare apertamente. Un insieme eterogeneo di elementi razionali e elementi carismatici: non più di questo finisce per presentare il panorama della democrazia weberianamente intesa. Chi oggi pensa di risolvere il problema della sovranità, reclamando una sovranità “autenticamente” popolare rispetto a quella semplicemente nazional-statale, farebbe bene a rileggere questi passaggi decisivi di Ferrari Bravo: la sovranità democratica è sicuramente figlia dell’incapacità della sovranità nazional-statale di chiudere il problema della legittimazione, ma a sua volta non lo risolve, assistendo sempre alla riapertura di quei conflitti che la rappresentanza democratica vorrebbe dare per “mediati”. Anzi: ciò che la sovranità non riesce a chiudere è, in ultima analisi, la divaricazione stessa tra il problema della giustificazione normativa dell’ordine e il terreno dell’effettività dei conflitti.

La faccia esterna è percorsa dalla stessa instabilità: come principio regolatore dei rapporti internazionali, la sovranità costruisce sin dall’inizio un campo costituivamente anarchico, per l’assenza del Terzo, e sempre però tendente alla costruzione di un ordine normativo di superare questa connaturata insicurezza dell’ordine internazionale. Anche la faccia esterna della sovranità non può allora che oscillare tra territorializzazioni nuove, come quelle cui danno vita forme parziali di diritto effettivamente globalizzato, come la lex mercatoria, e riterritorializzazioni all’interno della dimensione statale. La dimensione statale si presenta così sempre nient’affatto assoluta, ma sempre estremamente “tirata” verso lo spazio sovranazionale, da un lato, e verso la dinamica conflittuale dei soggetti e dei poteri effettivi, dall’altro.

Aperta così dall’interno la scatola della sovranità, Ferrari Bravo non si ferma alla realistica contemplazione dello scontro tra diverse pretese di legittimità e i diversi sistemi normativi, non componibili in alcuna gerarchia. Se si arrestasse qui, il suo discorso, pur rigoroso e nutrito di infiniti riferimenti, non si discosterebbe in fondo da un realismo certo molto dinamico e movimentato, in parte accostabile agli esiti di quella sociologia post-sistemica, che ragiona sulla fine delle gerarchie normative e sulla presenza “eterarchica” di plurimi sistemi autopoietici. La sua mossa decisiva, irriducibile a realismi o a postfunzionalismi, è invece quella di scendere nei laboratori della produzione e di riportare il passaggio dalla piramide sovrana alla rete conflittuale di forze e di soggetti alla soglia decisiva costituita dalla fine del fordismo e della centralità della produzione di fabbrica. Entra in scena così il dispositivo foucaultiano: l’ordine della sovranità si svela un’impossibile costruzione giuridica, ma anche, al tempo stesso, un preciso ingranaggio disciplinare. Lo spazio giuridico della sovranità copre in realtà lo spazio disciplinare della fabbrica: la trasformazione delle modalità della produzione, il suo distendersi lungo le reti cognitive abbandonando così l’omogeneità di tempi, di luoghi e di soggetti propri della produzione fordista, produce a sua volta la trasformazione della società disciplinare in società del controllo. Allo stesso tempo, la dimensione transnazionale dei flussi abbandona oramai lo stato nazionale in quanto oramai inutilizzabile cornice complessiva delle discipline, ma lo riscrive come uno dei dispositivi del controllo dei flussi stessi, senza più ovviamente alcuna pretesa di assolutezza, e neanche di prevalenza gerarchica. Molti e diversi possono essere i modi di rappresentare concettualmente questo nuovo piano globale: di certo, il piano su cui ci si muove non è però riconducibile a nessun centro sovrano, tantomeno nelle forme di una qualche nostalgia per una presunta “sovranità democratica”. A suo tempo, Ferrari Bravo chiudeva questa straordinaria voce fissando, come criterio per decidere quale mappa concettuale per descrivere l’ordine postsovrano possa servirci di più, l’utilità per la lotta allo sfruttamento: ogni impresa concettuale, anche raffinatissima come questo smontaggio della sovranità, serve sempre e solo per battere i padroni. Oggi possiamo utilizzare le sue macchine per tracciare quelle linee di resistenza prima, e di composizione di nuovi assemblaggi politici poi, che continuano ad aprirsi dentro i flussi globali: sapendo che il deperimento delle forme della sovranità non coincide per nulla con il deperimento delle possibilità della trasformazione politica. Anzi, il movimento delle soggettività, la loro capacità di muoversi dentro i flussi globali e contro i dispositivi di controllo, si rivela pienamente proprio quando ogni nostalgia per le forme della sovranità viene condotta al tramonto e la testa del re è finalmente mozzata. Luciano Ferrari Bravo ci ha fatto vedere con quanto rigore scientifico e con quanta determinazione politica si può condurre fino in fondo questo nostro farla finita con il discorso sovrano.

Giso Amendola