Archivio Luciano Ferrari Bravo

Voci della «città degna» – Gianni Boetto

Di GIANNI BOETTO.

Nel 1979 studente e calciatore, imputato “setteaprile” dal 7 aprile 1979. Oggi attivista sindacale dell’Associazione Difesa Lavoratori (ADL).

Il 7 aprile 1979 avevo ventisei anni, di professione facevo il calciatore e mi occupavo di fabbriche, di lavoro operaio. Oggi non faccio più il calciatore, ma mi occupo ancora di fabbriche e lavoratori. È cambiata la composizione: allora era una composizione di classe veramente indigena. Oggi è molto diversa, più variegata anche dal pinto di vista del colore della pelle. Il 7 aprile ero a Monselice, nella Bassa padovana come al solito, quel sabato facevo le cose di ordinaria amministrazione. Si stava preparando una iniziativa per quel pomeriggio, era stata licenziata una nostra delegata che lavorava alla “Bambole Franca”. Una grossa concentrazione di lavoratrici, tutte giovanissime, che lavoravano alla catena per fare bambole, peluche e cose del genere e rappresentavano quel fenomeno della fabbrica diffusa che ha caratterizzato la seconda metà degli anni ’70. L’età delle lavoratrici, rispetto alla composizione di alcune fabbriche storiche (Utita, Galileo, cementificio) esprimeva una realtà totalmente nuova: ragazzine costrette ad abbandonare la scuola, o ad andare a lavorare subito dopo la scuola, che si trovavano a vivere un rapporto di sfruttamento pesantissimo. Su queste contraddizioni si era sviluppato un grosso ciclo di lotte e il 7 aprile era convocata questa importante iniziativa legata a un licenziamento. Mentre stavo tornando a casa, verso l’una e mezza, ho notato fuori da casa mia gli sbirri che stavano scendendo da macchine civili. Ho pensato che fossero venuti per la manifestazione che ci sarebbe stata il pomeriggio, ma mi sembrava una cosa strana, ho ritenuto opportuno tirare dritto. Per me è iniziata così la vicenda: da latitante.

Ci fu un breve giro di consultazioni con altri compagni dopo essermi opportunamente eclissato. Si era capito che era in atto un’operazione con arresti. Sono venuto a conoscenza che erano stati molti in giro per l’Italia verso le due e mezza del pomeriggio e solo dopo abbiamo conosciuto le imputazioni: insurrezione armata contro i poteri dello stato, costituzione di banda armata, associazione sovversiva. Il teorema giudiziario si stava un po’ alla volta delineando attraverso le notizie che iniziavano a trapelare e si capiva come fosse qualcosa di nuovo, anche se sembrava all’inizio una bolla di sapone. Insomma ho avuto un punto di osservazione diverso – e da un lato privilegiato – rispetto ad altri imputati. Ho avuto la possibilità di farmi subito un’idea del mandante politico dell’operazione, della responsabilità del Pci. Questa circostanza è emersa immediatamente! Non appena abbiamo capito quali erano i fatti specifici che ci venivano attribuiti è stato evidente che l’operazione era stata concepita e costruita interamente in via Beato Pellegrino, nella sede del Pci di Padova.

Antonio Romito, uno dei testi d’accusa, il principale, operaio e membro del consiglio di fabbrica dell’Utita, era stato licenziato e dopo una infinità di battaglie a livello giudiziario gli era stato confermato il licenziamento. Lì era cominciato l’interesse di Romito verso il Pci e il sindacato, aveva iniziato a frequentare la Camera del lavoro di Este. C’era un funzionario della Fiom, Gallinaro, che sapevamo lo stava “lavorando ai fianchi” per portarlo nel Pci. E di conseguenza l’altra teste della Bassa, la Pavanello, a rimorchio: lei lavorava alla “Bambole Franca” e aveva già cominciato l’iter di avvicinamento al Pci. Anche suo fratello fu coinvolto per rafforzare l’accusa. Vivendola da latitante ho potuto constatare che era in sperimentazione un vero e proprio teorema e al di là delle conseguenze che potevamo subire, il carcere e la latitanza – erano tempi in cui lo si poteva anche mettere in conto! – era in atto una operazione che andava al di là di quello che avrebbero potuto ottenere con quelle accuse. Sostenere che Potere Operaio era la stessa cosa delle Brigate Rosse andava al di là di ogni possibile immaginazione. Se uno leggeva i documenti vedeva che non c’era nessun possibile percorso comune, tra Potere Operaio prima e Autonomia dopo, con le Brigate Rosse. Era facile rendersi conto che il risultato finale non poteva essere la sovrapposizione delle due realtà, completamente diverse, ma che era in atto un’operazione per colpire una soggettività politica completamente estranea alle tematiche lottarmatiste, che tentava invece di costruire un ragionamento partendo dalle dinamiche sociali di massa, per costruire forme di contropotere e radicamento sociale nei territori. Questo era il ragionamento: nessuno, neanche allora, pensava che potesse scattare l’ora X in cui in qualche modo ci si liberava, nella convinzione che i percorsi di liberazione andassero vissuti attraverso dinamiche sociali, attraverso una legittimità conquistata all’interno dei conflitti sociali.

Perché il Partito Comunista di allora sia stato il soggetto che più di tutti ha lavorato a questa ipotesi repressiva è faccenda complessa. La relazione con i movimenti extraparlamentari ha origini nel Pci del dopoguerra, negli anni ’60, nelle risposte dello Stato. Credo ci siano stati anche fatti che hanno accelerato dinamiche che erano già in atto. Sicuramente l’omicidio del sindacalista Guido Rossa ha scatenato nel partito un’accelerazione rispetto alla scelta di collaborare con lo Stato per colpire i cosiddetti terroristi. Ma il Pci, nella sua logica stalinista, non poteva comunque concepire che ci fossero dei percorsi, dei processi di quella portata ai quali non era interno, né tantomeno in grado di esercitare controllo. Era fallita la strategia fatta di piccoli passi che puntava sull’introduzione di elementi di socialismo, nella convinzione che lo sviluppo della democrazia fosse comunque il procedere verso il socialismo: pensiero gramsciano, poi togliattiano, che si è tradotto volgarmente nel compromesso storico di Berlinguer. Fallito anche quello, era venuto il governo di unità nazionale contro il terrorismo, che costituiva il vicolo cieco in cui era finito un partito che vedeva solo nemici a sinistra da combattere. Nella sua logica stalinista non era riuscito a capire il ’77, ha portato ai disastri degli anni ’80 e anche agli attuali!

Padova e il Veneto hanno rappresentato un’anomalia I ragionamenti sui percorsi di un possibile cambiamento si davano in forme nuove e preoccupanti per il potere! Effettivamente prima del 7 aprile c’era un’estesa coesione sul piano delle dinamiche di massa, dell’uso della forza, del rapporto con la soggettività organizzata. Padova rappresentava un laboratorio unico. Percepivi di non essere il gruppetto isolato che faceva pura testimonianza e anche l’uso della forza che veniva espresso a Padova e nel Veneto era qualcosa che ha messo in difficoltà il potere. Pensiamo solo a cosa sono state le cosiddette notti dei fuochi, l’uso della forza rapportato al territorio, finalizzato a rafforzare dinamiche di massa, a costruire percorsi di liberazione, a costruire processi di autovalorizzazione proletaria: i prezzi, il lavoro, le università, i quartieri, le fabbriche. C’era un laboratorio solido e radicato di costruzione di contropotere che faceva paura.

L’intreccio di combinazioni tra la federazione del Pci, Calogero, Toni Negri all’Università, alcuni docenti e compagni nell’Ateneo che esprimevano un ragionamento politico che non c’era altrove è la caratteristica che ha reso Padova il laboratorio scelto per sperimentare l’attacco giudiziario ai movimenti. Dentro questa doppia soggettivazione del problema – da un lato la ricchezza delle sperimentazioni del movimento. Dall’altro la determinazione repressiva del Pci – trova anche senso un certo tipo di formazione dei quadri del Pci padovano che si mettono al servizio dell’inchiesta; con tutti gli strumenti, a partire dai giornali. Questo segna ancora la situazione cittadina: abbiamo Zanonato sindaco di Padova. Lo conosco dal ’69, era un burocrate già allora, era segretario della Fgci di Padova. Era venuto qualche volta a Monselice per fare riunioni con altri giovani del Pci del paese. Di quelli che avevano frequentato quella sede nessuno poi è rimasto nel Pci. Veniva con Troilo, Longo, Bonfio, Boscolo: il gruppo dirigente del Pci di allora. Ricordo alcune assemblee tenute a Este e a Padova, che avevano a tema la guerra in Vietnam e le lotte studentesche: lui era l’espressione più genuina del Pci uscito dagli anni ’60-’70, quello che non è riuscito a cogliere il passaggio fondamentale dal ’68 al ’70! Nemmeno quando abbiamo cominciato a introdurre nelle scuole il concetto dell’operaio massa, dello studente-proletario: ci si rendeva conto, pur senza avere una grande cultura o aver letto chissaché, che nella nella fabbrica era cambiato qualcosa.

L’operaio professionale non era più preponderante e il lavoro veniva parcellizzato. Il taylorismo era entrato a tutto spiano con la monotonia e l’alienazione del lavoro, tanto da aver prodotto il rifiuto dello sfruttamento del capitalismo! Loro erano ancora legato alla figura dell’operaio professionale: bisognava riqualificare il lavoro, lo studio, senza provare a comprendere il tipo di organizzazione del lavoro che esisteva effettivamente in quel momento storico. Zanonato è rimasto sempre quello; anzi, nel corso degli ultimi anni è anche peggiorato. Ha conservato gli aspetti peggiori del Partito Comunista di allora, come la logica stalinista, facendo però anche propri gli aspetti peggiori del liberismo, con una inclinazione molto spregiudicata sul piano del rapporto con il mercato e con le dinamiche capitalistiche. Quello che ne è uscito è un personaggio che ha quasi del mostruoso! Però è sindaco! Un mostro che è coerente con i tempi che viviamo, che serve alla logica di governo di un territorio come Padova, che ha ora diverse caratteristiche. L’incarnazione del Pci di allora, di quello che è stato negli ultimi 40 anni di storia a Padova, è rappresentata appieno dalla figura di Zanonato: purtroppo vediamo ancor oggi gli effetti nefasti di quel tipo di cultura.

Da AA.VV., Processo Sette Aprile. Padova trent’anni dopo – Voci della «città degna», Roma, Manifestolibri, 2009, pp.47-50.